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Cosa c’è nel libro che Meta non vuole sia letto (ilpost.it)
"Careless People" è stato scritto da un'ex dipendente molto critica su Mark Zuckerberg e la società, a cui è stato vietato di promuoverlo
Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, sta facendo di tutto per evitare che Careless People, un libro molto critico nei suoi confronti, continui a essere venduto e diffuso.
La scorsa settimana ha ottenuto in tribunale che l’autrice Sarah Wynn-Williams, una ex dipendente di Facebook, sospenda la promozione del libro in attesa di una decisione sull’eventuale violazione del contratto che aveva firmato con Meta. Nonostante la decisione, il libro continua a essere venduto e la casa editrice Macmillan ha detto di non avere intenzione di ritirarlo.
Careless People era stato messo in vendita lo scorso 11 marzo negli Stati Uniti, senza che ci fossero state particolari anticipazioni nei giorni precedenti e cogliendo di sorpresa diverse persone.
Nel libro sono segnalati presunti casi di molestie da parte di alcuni dirigenti di Facebook nei confronti di Wynn-Williams, ma anche i cambiamenti di approccio da parte del CEO Mark Zuckerberg su molte questioni, dai rapporti con la Cina a quelli politici negli Stati Uniti. Meta sostiene che il libro contenga numerose falsità e che sia denigratorio, e ha ricordato di avere licenziato Wynn-Williams per la sua «scarsa resa».
Wynn-Williams è neozelandese e mentre lavorava all’ambasciata della Nuova Zelanda a Washington, negli Stati Uniti, si era candidata per lavorare a Facebook dove era stata assunta nel 2011. Nei sette anni successivi aveva ricoperto il ruolo di “Director of Public Policy”, con il compito di influenzare le politiche di governi, enti regolatori e altre istituzioni in modo favorevole agli interessi dell’azienda.
Nel 2017 aveva lasciato Facebook e, mentre iniziava una carriera legata al settore dell’intelligenza artificiale, aveva iniziato a pensare a un libro in cui raccogliere le proprie memorie sugli anni trascorsi nell’azienda.
Nel libro, Wynn-Williams dice di avere lavorato in varie occasioni a stretto contatto sia con Zuckerberg sia con Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook fino al 2022 e tra le persone più influenti nel settore tecnologico degli Stati Uniti.
Il titolo stesso del libro, Careless People, fa riferimento a una frase del romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, in cui due personaggi sono definiti “gente incurante”: «Sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia noncuranza o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto».
Wynn-Williams racconta che nei suoi anni a Facebook ebbe modo di vedere Zuckerberg cambiare, diventando via via più interessato ad avere visibilità, essere apprezzato e adulato. Cita un episodio dove le era stato chiesto di radunare un’enorme folla per accogliere Zuckerberg durante un suo tour in Asia per promuovere l’azienda, ma anche il tentativo di avvicinarsi al presidente cinese Xi Jinping per provare a persuaderlo a sbloccare Facebook in Cina, superando i sistemi di censura che lo rendono inaccessibile nel paese.
L’apertura avrebbe permesso a Facebook di aggiungere centinaia di milioni di nuovi utenti, ma Xi non mostrò particolare interesse anche se – secondo Wynn-Williams – Zuckerberg si era offerto di fare diverse concessioni sul controllo dei contenuti in modo da non violare la censura del governo cinese.
Il libro cita anche il periodo intorno al 2016, quando Facebook decise di fornire assistenza con il proprio personale alla campagna elettorale per Donald Trump, che vinse poi le elezioni contro Hillary Clinton. Wynn-Williams aggiunge che – in seguito al successo di Trump – Zuckerberg valutò seriamente di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, tenendo alcuni discorsi negli stati in bilico in cui suonava «come un bambino che pensa che un presidente parli in quel modo».
Secondo Wynn-Williams intorno a Zuckerberg si era creata una tale condiscendenza da fargli sovrastimare ampiamente le sue effettive capacità. I suoi collaboratori lo lasciavano vincere ai giochi da tavolo, se dimenticava qualcosa come il passaporto per un viaggio non era colpa sua, ma dei suoi assistenti, e si riferiva ai politici dubbiosi delle politiche adottate dal suo social network come «avversari» da «tirare dalla nostra parte».
Viene anche citata la questione del Myanmar, quando una campagna massiccia di disinformazione condotta tramite le piattaforme di Meta fu tra le cause di migliaia di uccisioni e violenze razziste soprattutto nei confronti della minoranza dei Rohingya. Facebook nel 2018 ammise di avere avuto un ruolo nelle campagne d’odio, ma rifiutò di assumersi tutte le responsabilità.
Altre parti del libro si concentrano su Sandberg, che nel 2013 aveva pubblicato Lean in, un saggio sul ruolo delle donne nelle aziende e sulle loro opportunità di carriera, che aveva avuto un grande successo, anche se i più critici avevano segnalato come le esperienze raccontate derivassero da un’autrice con non pochi privilegi.
Wynn-Williams scrive che lavorandoci insieme cambiò la propria opinione su Sandberg, arrivando alla conclusione che il suo attivismo fosse solo di facciata e che fosse invece molto attenta alle dimostrazioni di «obbedienza e vicinanza» da parte dei suoi collaboratori.
Gli episodi su Sandberg sono vari e spesso legati secondo l’autrice a una certa mancanza di consapevolezza dei limiti e dei confini, tra colleghi di lavoro. In un’occasione Sandberg incaricò la propria assistente Sadie di andare a fare shopping e acquistare «lingerie per entrambe senza limiti di budget e Sadie ubbidì, spendendo 10mila dollari in intimo per Sheryl e 3mila dollari per sé».
Quando Sadie la ringraziò, Sandberg rispose: «Felice di trattare le tue tette come meritano». In un’altra occasione «Sheryl e Sadie fecero a turno a dormire una sul grembo dell’altra» accarezzandosi a vicenda i capelli mentre erano in un lungo viaggio in auto. Wynn-Williams racconta che in occasione di un volo di dodici ore su un jet privato Sandberg riservò per sé l’unico letto disponibile a bordo, insistendo più volte perché Wynn-Williams dormisse con lei.
Altri racconti riguardano Joel Kaplan, repubblicano e con un passato nell’amministrazione di George W. Bush, oggi presidente degli affari globali di Meta e all’epoca già vicepresidente nel medesimo ufficio. Secondo Wynn-Williams durante una festa aziendale Kaplan si strusciò contro di lei dicendole che era “sexy”.
Kaplan chiese poi con insistenza a Wynn-Williams di partecipare a delle videoconferenze, anche se aveva appena avuto il suo secondo figlio e un grave problema di salute durante il parto. Lei lo fece presente all’azienda ma un’indagine interna non portò a rilevare particolari problemi, e la sua segnalazione nei confronti di Kaplan fu chiusa.
Il libro di Wynn-Williams si inserisce in un ampio filone di accuse nei confronti di Meta, sia sulla gestione del proprio personale sia delle piattaforme utilizzate ogni giorno da miliardi di persone per informarsi, comunicare e svagarsi.
Molte delle accuse sono basate su rivelazioni e documenti interni della società, sull’esperienza di ex dipendenti o di persone che ancora lavorano all’interno di Meta e che hanno parlato ai giornalisti mantenendo l’anonimato. In più occasioni l’azienda ha risposto alle accuse e alle critiche, smentendo alcuni problemi o impegnandosi a risolverne altri.
Nel caso di Careless People la società ha cercato da subito di bloccare la diffusione del libro, sostenendo che Wynn-Williams avesse sottoscritto una clausola contrattuale che le avrebbe impedito di fare dichiarazioni negative nei confronti di Meta, una volta concluso il rapporto di lavoro.
Clausole di questo tipo sono frequenti soprattutto nel caso di manager e dirigenti, insieme agli accordi di riservatezza per evitare che svelino informazioni interne delle aziende per cui hanno lavorato. Meta ha quindi chiesto un arbitrato di emergenza, ottenendo un ordine per Wynn-Williams di sospendere la promozione del libro in attesa di ulteriori pronunciamenti.
La decisione non sembra abbia avuto particolari conseguenze. Il libro è ancora disponibile per l’acquisto e continua a essere segnalato sul sito della casa editrice Macmillan. Le polemiche intorno alla sua pubblicazione e il tentativo di Meta di fermarne la diffusione sembra abbiano giovato al libro, che lunedì mattina appariva al quarto posto della classifica generale dei libri più venduti su Amazon negli Stati Uniti.
La casa editrice ha detto di essere: «Inorridita dalle tattiche di Meta volte a mettere a tacere la propria autrice attraverso l’uso di una clausola nel contratto di risoluzione del rapporto lavorativo». Macmillan ha inoltre segnalato di avere eseguito un «approfondito lavoro di editing e verifica» del libro prima di pubblicarlo.
Meta ha descritto Careless People come un «misto di affermazioni obsolete, cose già discusse in precedenza su Meta e accuse false nei confronti dei nostri dirigenti». La società ha anche pubblicato un breve documento nel quale fornisce una versione diversa delle informazioni contenute nel libro, per esempio sull’interesse di Meta verso la Cina e le questioni legate al Myanmar.
In un’intervista data poco prima dell’arbitrato, Wynn-Williams aveva detto di essere colpita dalla scelta di Meta di accusarla di avere pubblicato un libro privo di verifica dei fatti: «Non trovate ironico che si stiano distanziando dal fact-checking eppure una delle vostre domande sia a nome di un portavoce di Meta che tira in ballo il fact-checking? È un’ipocrisia scandalosa. […] Stanno cercando di screditarmi e convincere la gente a non leggere il libro».
Bologna 2021/26 – «Conta chi vota non i social, Lepore già in campagna elettorale» (corriere.it)
«Un sindaco si confronta con il voto, a questo
e basta deve fare riferimento»
Così Giovanni Diamanti di Youtrend
Il presidente di Youtrend e professore universitario: «Un sindaco si confronta con il voto, una platea molto diversa da quella di chi esprime la propria opinione nelle arene virtuali. Serve mantenere una mobilitazione costante»
«Un sindaco si confronta con il voto, a questo e basta deve fare riferimento. Viene eletto e confermato così, la platea di chi vota è molto diversa da quella di chi esprime la propria opinione sui social».
Giovanni Diamanti, presidente di Youtrend e docente di Marketing politico all’Università di Padova, è stato la mente di molte tra le campagne elettorali che, a livello amministrativo, hanno portato la vittoria il centrosinistra anche in territori non propriamente favorevoli.
Conosce bene, dunque, la vita del sindaco e le sue difficoltà. A lui bisogna chiedere della condizione ambivalente di Matteo Lepore, sempre rinfrancato dal voto (Europee o Regionali, Bologna resta un fortino) ma sempre più bersagliato tra cantieri, aumento delle tariffe e crisi abitativa.
Giusto per citare qualche capitolo critico. «Sento la vicinanza delle persone, non posso non notare però che c’è una polarizzazione tipica di tutte le città. C’è tanta disinformazione, una macchina del fango che ha l’obiettivo di colpire le città democratiche», ha detto il sindaco nella sua intervista al Corriere.
C’è il voto a favore e poi c’è il contesto digitale che non lo perdona. Come convivono questi due mondi?
«Sono infinitamente diversi perché, anche se si restringe il bacino di chi partecipa, la quantità di chi va a votare resta molto superiore. Si torna a un concetto antico, la maggioranza silenziosa: chi fa rumore non è per forza maggioranza, i social evidenziano quest’elemento decenni dopo».
Cosa deve fare un sindaco?
«Votano sempre meno persone quindi è importante imparare a mobilitare i propri elettori non solo per il voto. Tra gli obiettivi della comunicazione politica inizia a esserci sempre di più la necessità di creare una mobilitazione durante il mandato e non solo nel periodo elettorale».
«Chi sta all’opposizione è costantemente mobilitato, è più facile attivarsi quando si è all’opposizione, è più facile urlare contro che a favore. Bisogna ripensare le strategie della comunicazione durante i mandati di chi governa».
Insomma bisogna fare campagna elettorale anche fuori dal momento della campagna elettorale?
«Esatto, la comunicazione permanente è una teoria del 1980. Ma più che comunicare, oggi il tema è mobilitare in modo permanente. Trump lo sta facendo, anche Obama lo fece. Poi è chiaro che non sono modelli per tutti».
Ma conviene avere sempre un certo livello di tensione anche in un Comune?
«Dipende da cosa vuole dire tensione. La capacità di mobilitare è una cosa, la polarizzazione è un’altra. Trump polarizza, Obama meno ma questo non vuole dire che non mobilitasse».
Lepore parla di «una macchina del fango che colpisce le città democratiche»-
«Non so se ci siano gruppi organizzati. Di certo, chi sta all’opposizione si mobilita più facilmente, ora lo deve fare anche chi governa».
Ma così un sindaco non rischia di essere divisivo?
«Io non lo vedo come fenomeno che polarizza, ma semmai strumento di partecipazione. A me la politica fatta per dividere non piace. Penso che chi amministra abbia dei doveri in più rispetto a un leader di partito. Un sindaco deve rappresentare la comunità in modo più ampio».
Non conviene governare polarizzando il consenso?
«Non si può vivere di sola polarizzazione, chi lo fa può sfondare nel breve termine ma non dura in eterno».
I sindaci finiscono sempre sotto accusa
«È cosi da sempre. Sono i più vicini ai cittadini e l’elezione diretta ha moltiplicato il fenomeno. Poi chiaramente rispetto al 1993 non ci sono più filtri, è più facile contattare un sindaco e attaccarlo».
«Non sopporta le critiche. Fa un autogol»
«Il sindaco è bravissimo a fare anche il nostro lavoro» si lasciano sfuggire da Fratelli d’Italia dopo l’intervista al Corriere nella quale Matteo Lepore ha accusato «la macchina del fango» sui social per colpire le città a guida democratica.
«Ho visto un sindaco molto sulla difensiva, impegnato a replicare alle critiche – dice Lanfranco Massari di Forza Italia-. Percepisce che c’è molta delusione anche tra chi l’ha votato. La macchina del fango? Chi è causa del suo mal..la verità è che se la prende con chi critica». Sulla stessa lunghezza d’onda anche la Lega.
«Trovo surreali le affermazioni del sindaco, un vittimismo che non rispecchia la realtà – dice il consigliere comunale, Matteo Di Benedetto -. Mi pare che Lepore non sopporti le critiche. Forse è abituato a essere circondato da persone che gli dicono sempre di sì. Sui social i bolognesi possono scrivere che non sono d’accordo con gli aumenti e con la paralisi della città, dovuta ai troppi cantieri».
Critiche anche dalla sinistra di Potere al Popolo: «Lepore detta la linea alla sua maggioranza: a Bologna si sta tutti bene, sul Passante si continua a collaborare con Salvini e le critiche emergono perché ci sarebbe un’opera di disinformazione sui social orchestrata contro le città “progressiste”. Uno sfoggio di arroganza».
Bologna. Cosa succede in città (corriere.it)
di Olivio Romanini
Non è facile essere nei panni del sindaco Matteo Lepore in questi giorni e più in generale non è facile essere nei panni di nessun sindaco d’Italia.
Ed è molto probabile che, conti alla mano, il primo cittadino non avesse davvero alternative alla stangata decisa sui biglietti dei bus e sulle tariffe per la sosta delle auto.
Di sicuro non si può accusarlo di non avere coraggio e di non essere disposto a fare scelte impopolari ma certo a unire tutti i puntini si sta creando un contesto difficile in città. «Se avesse anche un’opposizione — è una battuta un po’ cattiva che circola in queste ore — non potrebbe permettersi queste scelte».
Proviamo a unire i puntini: la Città 30, anche se di fatto è una specie di suggerimento amichevole ad andare piano e nessuno viene più multato, ha un fronte di sostenitori ma ha prodotto anche una fortissima opposizione in città. I disastri provocati dalle alluvioni, e qui naturalmente il sindaco non può avere alcuna responsabilità, hanno creato sacche di esasperazione e di impotenza tra i cittadini che ne sono stati colpiti.
I cantieri cambieranno il volto della città ma intanto l’asfissiano e non c’è giorno in cui non ci sia una notizia di un’attività che chiude (non sempre c’entrano i cantieri).
La stangata sui costi del bus e sulla sosta in periferia e in centro si accompagna alle nuove regole penalizzanti per l’ingresso in città delle auto ibride e, soprattutto, segue altri due aumenti: quello delle rette degli asili nido per le famiglie con un Isee superiore a 23.500 euro (ricordatevi questo numero) e quello delle tariffe dei taxi, aumentate del 16%.
Questo insieme di elementi, che in passato abbiamo chiamato febbre della città, e che in parte è una conseguenza diretta del suo sviluppo e del suo successo, si completa poi drammaticamente con altri elementi: i costi delle case sia da comprare che da affittare e più in generale con i prezzi della città. A chiudere il cerchio è arrivata poi l’esplosione del turismo che è stato una benedizione ma che ha dato molto a pochi e ha tolto molto a tanti.
Gli addetti ai lavori dicono che non c’è un fenomeno di overtourism ma, di sicuro, basta prendere un caffè o avventurarsi in un ristorante del centro per sperimentare lunghe file o prezzi folli, a volte entrambe le cose. Torniamo a quei 23.500 euro di Isee e alla classe media. Per le regole fiscali, in un Paese dove non tutti pagano le tasse o dove le paga solo qualcuno, è una soglia di benessere tale da poter subire gli aumenti delle rette dei nidi.
Ma è chiaro che non è così, vien quasi da sorridere: chi vive in una città come Bologna sa benissimo che quella non è una soglia di benessere. Il problema è gigantesco e non è nelle mani di un sindaco o di un’amministrazione ma è chiaro che questa tornata di aumenti rischia di alimentare la convinzione che Bologna sia ormai una città dove si fa fatica a vivere.
Si rischia che prima o poi il tappo salti e basta parlare con un commerciante per sapere che la crisi dei consumi c’è già: viene solo mascherata dall’ingente arrivo dei turisti. Dietro le scelte del sindaco c’è appena accennato il tema enorme dei fondi da accantonare per il cambiamento climatico e l’inizio di un cambio di paradigma, ma questo è un tema da medio-lungo periodo.
Bologna è una città straordinaria, ricca di opportunità e per viverci si paga un prezzo; però nel breve periodo qualcuno dovrà cominciare a pensare anche a una ipotetica giovane coppia della classe media che ogni giorno sta in coda in macchina tra cantieri e Città 30 per accompagnare i figli al nido (che costa di più) e poi per andare al lavoro, sperando di non dover parcheggiare la macchina sulle strisce blu, che costerebbe di più.
La giovane coppia potrebbe andare in autobus in centro nel weekend (e pagherebbe di più) per andare a mangiare una pizza che paga molto di più. Se poi un giorno volesse andare in centro con i figli, impresa abbastanza ardua, e decidesse di chiamare un taxi lo pagherebbe di più. Sempre a trovarlo. C’è solo da sperare che quella giovane coppia non abiti in una zona alluvionata, perché avrebbe altri pensieri.
Ma prima o poi quella famiglia potrebbe farsi una domanda: perché devo continuare a vivere qui?
A scuola di integrazione (lavoce.info)
di Sara Giunti, Andrea Guariso, Mariapia Mendola e Irene Solmone
Un programma realizzato nelle scuole superiori del Nord Italia indica che si possono costruire atteggiamenti più aperti e inclusivi nei confronti degli stranieri.
Smontando stereotipi e pregiudizi, spesso alimentati dal dibattito politico e mediatico.
La retorica anti-immigrazione
La retorica e le politiche anti-immigrazione sono diventate sempre più pervasive in Europa e nell’area atlantica, trasformando gli scenari politici e alimentando atteggiamenti ostili verso gli immigrati.
La recente elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, con le sue promesse di “deportazioni di massa”, o la costruzione di centri di accoglienza in Albania da parte di Giorgia Meloni, confermano la centralità degli atteggiamenti e delle preferenze dell’opinione pubblica sull’immigrazione nel plasmare gli orizzonti politici e sociali delle società contemporanee.
Comprendere i fattori che influenzano tali atteggiamenti è dunque una questione urgente, oggetto di studio in diversi campi delle scienze sociali e politiche.
In una recente indagine che abbiamo condotto nelle scuole superiori nel Nord Italia (Milano e Genova), abbiamo rilevato che anche i giovani non sono immuni da una relativa ostilità nei confronti degli immigrati, spesso basata su stereotipi e pregiudizi sul fenomeno migratorio. Nello stesso studio abbiamo disegnato e valutato un programma educativo sperimentale che mostra come lo sviluppo di un pensiero critico e l’apprendimento fra pari possono contrastare efficacemente i pregiudizi e migliorare l’atteggiamento dei ragazzi verso l’immigrazione.
L’Italia rappresenta un contesto ideale per studiare l’efficacia di un intervento educativo di questo tipo. Negli ultimi vent’anni, la quota di popolazione straniera è cresciuta rapidamente (dal 2,3 per cento nel 2001 al 10 per cento nel 2022) e con una grande diversità nella sua composizione. Il cambiamento si riflette anche tra i banchi di scuola, dove circa il 10 per cento degli studenti (21 per cento nel Nord Italia) ha un background migratorio o non ha la cittadinanza italiana (i cosiddetti “immigrati di seconda generazione”).
Secondo i dati Pisa-Ocse del 2018, gli adolescenti italiani si collocano ben al di sotto della media europea per “atteggiamenti di apertura verso gli immigrati” e “rispetto delle altre culture”. I nostri dati confermano che, nonostante vi siano legami di amicizia e integrazione tra studenti italiani e stranieri all’interno della stessa classe, circa un terzo dei ragazzi pensa che in Italia “ci sono troppi immigrati”, che “gli immigrati aumentano il tasso di criminalità” e che “ci rubano il lavoro”.
Il programma “Integrazione – Oltre i pregiudizi”
In collaborazione con Helpcode Onlus e l’Università di Genova, abbiamo dunque sviluppato “Integrazione – Oltre i pregiudizi” (Ibp), un programma di pedagogia attiva pensato per gli studenti delle scuole superiori, che ha come obiettivo la decostruzione dei pregiudizi e la costruzione di atteggiamenti più aperti e inclusivi nei confronti degli stranieri.
Il programma si svolge nell’arco di due lezioni da due ore ciascuna, integrate nel normale orario scolastico, e si concentra su due aspetti fondamentali: (i) fornire dati reali sull’immigrazione, correggendo le false credenze; (ii) sviluppare il pensiero critico attraverso attività di gruppo interattive, volte a stimolare la riflessione sui propri pregiudizi e favorire il dialogo nelle classi tra studenti italiani e immigrati.
Una caratteristica importante del programma è il coinvolgimento di studenti universitari formati come “educatori tra pari”, una figura chiave per migliorare il coinvolgimento degli studenti più giovani e by-passare i potenziali pregiudizi degli insegnanti.
L’efficacia del programma è stata valutata rigorosamente attraverso un esperimento controllato su oltre 4.500 studenti di quaranta scuole superiori situate a Milano e Genova, città con una forte presenza di immigrati. Le classi sono state divise in maniera casuale in due gruppi: uno ha partecipato al programma, mentre l’altro ha continuato le normali attività scolastiche.
Abbiamo misurato gli effetti dell’intervento attraverso questionari individuali sugli atteggiamenti verso l’immigrazione ed esperimenti comportamentali, come giochi strategici che simulano decisioni economiche e richieste di donazione a favore di associazioni che forniscono supporto agli immigrati.
I risultati: meno stereotipi e più apertura
Gli studenti che hanno partecipato al programma hanno mostrato un significativo miglioramento degli atteggiamenti verso gli immigrati. Il numero di quelli che affermano che “ci sono troppi immigrati in Italia” è diminuito del 10 per cento dopo il trattamento; allo stesso modo, la percezione che gli immigrati aumentino la criminalità è calata dell’8 per cento.
Inoltre, nel contesto di un gioco incentivato (ultimatum game), nelle classi di controllo osserviamo comportamenti discriminatori nei confronti dei giocatori di origine straniera, che invece vengono completamente annullati nelle classi assegnate al programma.
Uno dei risultati più interessanti riguarda l’effetto della composizione delle classi. Il programma ha avuto il maggiore impatto in quelle con una percentuale più elevata di studenti immigrati. Ciò indica che in contesti più diversificati, il dialogo e l’interazione tra studenti italiani e di origine straniera giocano un ruolo fondamentale nel superamento dei pregiudizi.
Nelle classi miste, infatti, è probabile che il programma dia voce e valorizzi il punto di vista degli studenti stranieri, contribuendo quindi a costruire una vera cultura di inclusione e partecipazione all’interno della classe. Riportando queste considerazioni alla società nel suo complesso, i risultati sono coerenti con altre evidenze empiriche relative al contesto italiano, dove emerge che le caratteristiche socio-culturali e i livelli di integrazione dei contesti che accolgono gli immigrati rivestono un ruolo fondamentale nel ridurre l’ostilità nei confronti dell’accoglienza.
Perché funziona?
Attraverso l’analisi di molteplici fattori che possono contribuire a spiegare i meccanismi alla base del successo del programma educativo, i due elementi che nel nostro studio emergono come particolarmente significativi sono: (i) miglioramento delle conoscenze: molti studenti hanno acquisito informazioni più accurate sul fenomeno migratorio, superando credenze errate e stereotipate; (ii) cambiamento delle norme sociali percepite: gli studenti coinvolti nel programma ritengono che i loro compagni abbiano opinioni più favorevoli nei confronti degli immigrati, riducendo così la pressione a conformarsi a pregiudizi negativi.
Il programma, invece, non sembra ridurre i pregiudizi impliciti, né aumentare i livelli di empatia o la frequenza delle interazioni sociali con gli studenti stranieri. Nel complesso, quindi, i risultati suggeriscono che le attitudini anti-immigrati sono principalmente influenzate da preoccupazioni sociotropiche legate a questioni collettive e a dinamiche di gruppo, più che da esperienze o preferenze esclusivamente individuali.
Pertanto, per superare queste preoccupazioni è necessario aprire il dibattito pubblico, coinvolgendo anche i diretti interessati (nel nostro caso gli studenti stranieri).
Un modello per il futuro?
La nostra ricerca mostra che i pregiudizi non sono immutabili. Attraverso programmi educativi di pedagogia attiva è possibile decostruire stereotipi e pregiudizi, spesso alimentati da un dibattito politico e mediatico generalizzante, promuovendo così una maggiore apertura e una cultura del rispetto della diversità.
L’esperienza del progetto dimostra che, facendo leva su competenze sia emotive che cognitive, è possibile affrontare apertamente la diversità senza necessariamente avere un contraccolpo sociale. Interventi anche di breve durata, integrati nel contesto scolastico, possono affrontare la complessità dei fenomeni sociali e produrre effetti positivi tangibili sulla percezione e sugli atteggiamenti verso gli immigrati.
Naturalmente, programmi simili potrebbero essere estesi anche agli adulti, amplificando ulteriormente il loro impatto positivo sui processi di integrazione. L’immigrazione e la diversità rappresentano sfide centrali del mondo globalizzato; imparare a convivere con gli altri, costruendo società più inclusive, non è un processo scontato, ma qualcosa che può essere appreso e coltivato.
Il mio addio (corriere.it)
di Massimo Gramellini
Il caffè
Erano le 10 e 31 e, mentre finivo di leggere sul nostro sito la notizia della scomparsa di un leggendario benefattore di Milano, in una finestra del computer è comparsa una mail intitolata Il mio addio.
«Quando le arriverà questa mia, io non ci sarò più. Come sa, ho speso la vita ad aiutare centinaia di persone in difficoltà, sempre nell’anonimato, però ora mi farebbe piacere se trovasse un piccolo spazio per ricordarmi sul Corriere con il mio nome in chiaro. Un piccolo testamento postumo».
Roberto, si chiamava. Roberto Bagnato. Per i particolari vi rimando al pezzo del suo «scopritore» Giangiacomo Schiavi. Cominciò a scrivermi due anni fa e da allora, fino alle 10 e 31 di ieri, ci siamo scambiati una corrispondenza fittissima. Ai poveri non regalava solo i suoi soldi, ma il suo tempo.
Era capace di trovare casa a una coppia di sfrattati e poi di presentarsi al volante di un furgoncino, fingendosi un manovale, per aiutarli nel trasloco. Diceva che la beneficenza si fa col passamontagna, come le rapine, e che i poveri più bisognosi di cure sono quelli che si vergognano della loro condizione. Apprezzava il pudore e detestava la strafottenza.
Come tanti altri santi, era un incazzoso. Un giorno — in ospedale per la chemioterapia — si avventò su un paziente che ascoltava i vocali del telefono a pieno volume per cantargli in faccia la canzone di Finardi: «Extraterrestre, portami via, voglio una stella che sia tutta mia…».
Buon viaggio, Roberto, ma non sarà molto lungo, perché la stella sei tu.