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Cosa c’è nel libro che Meta non vuole sia letto (ilpost.it)

"Careless People" è stato scritto da un'ex 
dipendente molto critica su Mark Zuckerberg e la 
società, a cui è stato vietato di promuoverlo

Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, sta facendo di tutto per evitare che Careless People, un libro molto critico nei suoi confronti, continui a essere venduto e diffuso.

La scorsa settimana ha ottenuto in tribunale che l’autrice Sarah Wynn-Williams, una ex dipendente di Facebook, sospenda la promozione del libro in attesa di una decisione sull’eventuale violazione del contratto che aveva firmato con Meta. Nonostante la decisione, il libro continua a essere venduto e la casa editrice Macmillan ha detto di non avere intenzione di ritirarlo.

Careless People era stato messo in vendita lo scorso 11 marzo negli Stati Uniti, senza che ci fossero state particolari anticipazioni nei giorni precedenti e cogliendo di sorpresa diverse persone.

Nel libro sono segnalati presunti casi di molestie da parte di alcuni dirigenti di Facebook nei confronti di Wynn-Williams, ma anche i cambiamenti di approccio da parte del CEO Mark Zuckerberg su molte questioni, dai rapporti con la Cina a quelli politici negli Stati Uniti. Meta sostiene che il libro contenga numerose falsità e che sia denigratorio, e ha ricordato di avere licenziato Wynn-Williams per la sua «scarsa resa».

Wynn-Williams è neozelandese e mentre lavorava all’ambasciata della Nuova Zelanda a Washington, negli Stati Uniti, si era candidata per lavorare a Facebook dove era stata assunta nel 2011. Nei sette anni successivi aveva ricoperto il ruolo di “Director of Public Policy”, con il compito di influenzare le politiche di governi, enti regolatori e altre istituzioni in modo favorevole agli interessi dell’azienda.

Nel 2017 aveva lasciato Facebook e, mentre iniziava una carriera legata al settore dell’intelligenza artificiale, aveva iniziato a pensare a un libro in cui raccogliere le proprie memorie sugli anni trascorsi nell’azienda.

Nel libro, Wynn-Williams dice di avere lavorato in varie occasioni a stretto contatto sia con Zuckerberg sia con Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook fino al 2022 e tra le persone più influenti nel settore tecnologico degli Stati Uniti.

Il titolo stesso del libro, Careless People, fa riferimento a una frase del romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, in cui due personaggi sono definiti  “gente incurante”: «Sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia noncuranza o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto».

Wynn-Williams racconta che nei suoi anni a Facebook ebbe modo di vedere Zuckerberg cambiare, diventando via via più interessato ad avere visibilità, essere apprezzato e adulato. Cita un episodio dove le era stato chiesto di radunare un’enorme folla per accogliere Zuckerberg durante un suo tour in Asia per promuovere l’azienda, ma anche il tentativo di avvicinarsi al presidente cinese Xi Jinping per provare a persuaderlo a sbloccare Facebook in Cina, superando i sistemi di censura che lo rendono inaccessibile nel paese.

L’apertura avrebbe permesso a Facebook di aggiungere centinaia di milioni di nuovi utenti, ma Xi non mostrò particolare interesse anche se – secondo Wynn-Williams – Zuckerberg si era offerto di fare diverse concessioni sul controllo dei contenuti in modo da non violare la censura del governo cinese.

Il libro cita anche il periodo intorno al 2016, quando Facebook decise di fornire assistenza con il proprio personale alla campagna elettorale per Donald Trump, che vinse poi le elezioni contro Hillary Clinton. Wynn-Williams aggiunge che – in seguito al successo di Trump – Zuckerberg valutò seriamente di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, tenendo alcuni discorsi negli stati in bilico in cui suonava «come un bambino che pensa che un presidente parli in quel modo».

Secondo Wynn-Williams intorno a Zuckerberg si era creata una tale condiscendenza da fargli sovrastimare ampiamente le sue effettive capacità. I suoi collaboratori lo lasciavano vincere ai giochi da tavolo, se dimenticava qualcosa come il passaporto per un viaggio non era colpa sua, ma dei suoi assistenti, e si riferiva ai politici dubbiosi delle politiche adottate dal suo social network come «avversari» da «tirare dalla nostra parte».

Viene anche citata la questione del Myanmar, quando una campagna massiccia di disinformazione condotta tramite le piattaforme di Meta fu tra le cause di migliaia di uccisioni e violenze razziste soprattutto nei confronti della minoranza dei Rohingya. Facebook nel 2018 ammise di avere avuto un ruolo nelle campagne d’odio, ma rifiutò di assumersi tutte le responsabilità.

Altre parti del libro si concentrano su Sandberg, che nel 2013 aveva pubblicato Lean in, un saggio sul ruolo delle donne nelle aziende e sulle loro opportunità di carriera, che aveva avuto un grande successo, anche se i più critici avevano segnalato come le esperienze raccontate derivassero da un’autrice con non pochi privilegi.

Wynn-Williams scrive che lavorandoci insieme cambiò la propria opinione su Sandberg, arrivando alla conclusione che il suo attivismo fosse solo di facciata e che fosse invece molto attenta alle dimostrazioni di «obbedienza e vicinanza» da parte dei suoi collaboratori.

Gli episodi su Sandberg sono vari e spesso legati secondo l’autrice a una certa mancanza di consapevolezza dei limiti e dei confini, tra colleghi di lavoro. In un’occasione Sandberg incaricò la propria assistente Sadie di andare a fare shopping e acquistare «lingerie per entrambe senza limiti di budget e Sadie ubbidì, spendendo 10mila dollari in intimo per Sheryl e 3mila dollari per sé».

Quando Sadie la ringraziò, Sandberg rispose: «Felice di trattare le tue tette come meritano». In un’altra occasione «Sheryl e Sadie fecero a turno a dormire una sul grembo dell’altra» accarezzandosi a vicenda i capelli mentre erano in un lungo viaggio in auto. Wynn-Williams racconta che in occasione di un volo di dodici ore su un jet privato Sandberg riservò per sé l’unico letto disponibile a bordo, insistendo più volte perché Wynn-Williams dormisse con lei.

Altri racconti riguardano Joel Kaplan, repubblicano e con un passato nell’amministrazione di George W. Bush, oggi presidente degli affari globali di Meta e all’epoca già vicepresidente nel medesimo ufficio. Secondo Wynn-Williams durante una festa aziendale Kaplan si strusciò contro di lei dicendole che era “sexy”.

Kaplan chiese poi con insistenza a Wynn-Williams di partecipare a delle videoconferenze, anche se aveva appena avuto il suo secondo figlio e un grave problema di salute durante il parto. Lei lo fece presente all’azienda ma un’indagine interna non portò a rilevare particolari problemi, e la sua segnalazione nei confronti di Kaplan fu chiusa.

Il libro di Wynn-Williams si inserisce in un ampio filone di accuse nei confronti di Meta, sia sulla gestione del proprio personale sia delle piattaforme utilizzate ogni giorno da miliardi di persone per informarsi, comunicare e svagarsi.

Molte delle accuse sono basate su rivelazioni e documenti interni della società, sull’esperienza di ex dipendenti o di persone che ancora lavorano all’interno di Meta e che hanno parlato ai giornalisti mantenendo l’anonimato. In più occasioni l’azienda ha risposto alle accuse e alle critiche, smentendo alcuni problemi o impegnandosi a risolverne altri.

Nel caso di Careless People la società ha cercato da subito di bloccare la diffusione del libro, sostenendo che Wynn-Williams avesse sottoscritto una clausola contrattuale che le avrebbe impedito di fare dichiarazioni negative nei confronti di Meta, una volta concluso il rapporto di lavoro.

Clausole di questo tipo sono frequenti soprattutto nel caso di manager e dirigenti, insieme agli accordi di riservatezza per evitare che svelino informazioni interne delle aziende per cui hanno lavorato. Meta ha quindi chiesto un arbitrato di emergenza, ottenendo un ordine per Wynn-Williams di sospendere la promozione del libro in attesa di ulteriori pronunciamenti.

La decisione non sembra abbia avuto particolari conseguenze. Il libro è ancora disponibile per l’acquisto e continua a essere segnalato sul sito della casa editrice Macmillan. Le polemiche intorno alla sua pubblicazione e il tentativo di Meta di fermarne la diffusione sembra abbiano giovato al libro, che lunedì mattina appariva al quarto posto della classifica generale dei libri più venduti su Amazon negli Stati Uniti.

La casa editrice ha detto di essere: «Inorridita dalle tattiche di Meta volte a mettere a tacere la propria autrice attraverso l’uso di una clausola nel contratto di risoluzione del rapporto lavorativo». Macmillan ha inoltre segnalato di avere eseguito un «approfondito lavoro di editing e verifica» del libro prima di pubblicarlo.

Meta ha descritto Careless People come un «misto di affermazioni obsolete, cose già discusse in precedenza su Meta e accuse false nei confronti dei nostri dirigenti». La società ha anche pubblicato un breve documento nel quale fornisce una versione diversa delle informazioni contenute nel libro, per esempio sull’interesse di Meta verso la Cina e le questioni legate al Myanmar.

In un’intervista data poco prima dell’arbitrato, Wynn-Williams aveva detto di essere colpita dalla scelta di Meta di accusarla di avere pubblicato un libro privo di verifica dei fatti: «Non trovate ironico che si stiano distanziando dal fact-checking eppure una delle vostre domande sia a nome di un portavoce di Meta che tira in ballo il fact-checking? È un’ipocrisia scandalosa. […] Stanno cercando di screditarmi e convincere la gente a non leggere il libro».

Così cadrà il trumpismo (corriere.it)

di Beppe Severgnini

Italians

Forse l’avete saputo: l’amministrazione Trump sta cercando di eliminare alcuni vocaboli dai documenti pubblici e dalle comunicazioni, considerandoli espressione della cultura «woke».

Il New York Times ne ha compilato un lungo elenco. Eccone alcuni, tra quelle che non hanno bisogno di traduzione: at risk, barrier, climate crisis, cultural differences, disability, discrimination, equal opportunity, feminism, gay, hate speech, identity, immigrants, LGBTQ, mental health, minorities, oppression, prejudice, privilege, racism, social justice, traumatic, victim, women.

Possiamo ridere, ma sbaglieremmo. Possiamo sospettare che Trump & C. non abbiano letto George Orwell, ma non servirebbe. Meglio chiedersi dove porterà tutto questo. Al fallimento del trumpismo, probabilmente.

L’America non è talebana; se lo diventasse, smetterebbe di essere l’America. Gli eccessi della cultura «woke» ci sono stati: grandi università e grandi media ne sono corresponsabili. Ma non giustificano l’assurdità – e il pericoloso estremismo – della reazione: per curare un’unghia incarnita, non si taglia la gamba.

Donald Trump è tornato al potere dopo aver convinto la maggioranza degli americani d’essere vittime (degli alleati, dei commerci, delle università, della scienza, delle agenzie federali, etc).

Ma i tre pilastri che sorreggono il suo progetto —l’ideologia Maga (Make America Great Again), il radicalismo religioso, i tecno-oligarchi — hanno bisogno di consenso. Di elettori, quindi. Di persone. E quelle persone hanno figli, nipoti, amici, parenti, conoscenti. Quando la crudeltà del neo-pensiero li toccherà, come reagiranno?

Non è in arrivo soltanto l’inflazione, figlia di dazi sconsiderati. Prima o poi scatterà anche la reazione di tanti americani che si sentiranno abbandonati e offesi. Se qualcuno in famiglia soffre di un disturbo mentale, dovranno vergognarsi di usare l’espressione «mental health»?

Se la figlia ama un’altra ragazza, i genitori dovranno negarlo, temendo conseguenze? Se una donna fosse vittima di violenza, e le chiedessero di evitare i vocaboli traumatic/victim/women, come reagirà? Malissimo.

Così cadrà il trumpismo, vedrete. Per mano dei suoi elettori.

Per fortuna in Europa abbiamo le idee meno confuse di Scurati (ilfoglio.it)

di Guido Vitiello

Il Bi e il Ba

L’autore di M ha detto che l’Europa non ha bisogno di guerrieri pronti alla bella morte.

Può essere utile sapere che Putin elabora le sue strategie sul presupposto che gli europei siano disposti a tutto pur di non combattere. Forse occorre fargli sapere che siamo attrezzati a difenderci

E’ arrivata, se non proprio l’abiura, la rettifica di Antonio Scurati. Dopo il suo tuffo un po’ sgraziato nella prosa kitsch dei poeti condottieri degli anni Venti (“Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?”, su Repubblica del 4 marzo), ennesima riprova che gli scrittori dallo stile poco sorvegliato finiscono trascinati dalle maree retoriche in cui hanno avuto l’imprudenza di immergersi, l’autore di M. è stato rintuzzato da un banco di colleghi sospinti dalla marea retorica contraria; tanto che Aldo Nove, per denigrarlo, si è messo a nuotare in un lessico teppistico-cominternista da compagno Roderigo di Castiglia (“Che nessuno parli mai più di ‘intellettuali’, gli schifosi amplificatori delle più allucinanti propagande, funzionali a se stessi perché schiavi del Potere”).

Astratti furori a duello, nella società letteraria più ridicola e autoreferenziale di sempre. Ieri Scurati ha corretto il tiro: l’Europa non ha bisogno di guerrieri pronti alla bella morte, ma di un esercito pacifico affiancato da specialisti della diplomazia al servizio del welfare, qualunque cosa ciò voglia dire (suona un po’ come la scoperta dei vigili urbani, lui però ci assicura che è una “mirabile invenzione”).

Raccolgo invece l’invito di Scurati a comprendere la passione per la guerra, ma non tanto per “decostruire”, come lui dice, l’“ideologia bellica occidentale” (possono occuparsene egregiamente a Yale), quanto per prendere le misure di quella in auge all’est.

Giova sapere per esempio che Putin sposa la teoria della passionarnost’, qualità tutta russa che si può tradurre come “slancio vitale collettivo” o “capacità di sacrificio”, e che elabora le sue strategie sul presupposto che gli europei siano edonisti decadenti che non sanno più combattere e sono disposti a tutto pur di non farlo.

Nel marzo 2015, festeggiando il primo anniversario dell’annessione della Crimea, Putin apostrofò così gli occidentali: “In nome di cosa andrete a combattere? Non lo sapete? Quanto a noi, lo sappiamo. E siamo pronti a tutto”.

Gli fece eco il pittoresco Žirinovskij: “Gli europei vivono nel lusso, non fanno che divertirsi. Non vogliono fare la guerra. Basta che Mosca mostri i denti e loro scioglieranno la Nato”. Così, ci piaccia o meno, ragiona la Russia di oggi. Dobbiamo scimmiottare la sua retorica, magari con un tocco locale di dannunzianesimo o di marinettismo? Dio ce ne scampi.

Ma forse è il caso di far capire a Putin che siamo attrezzati materialmente e culturalmente a difenderci, e soprattutto che abbiamo idee meno confuse dei nostri letterati.

La neve di Mariupol’: Viaggio nell’Ucraina ferita tra speranza e resistenza (valigiablu.it)

di 

La rabbia ha preso il posto della paura. Mi sento tradita. Quello che sta cadendo sull’Ucraina non sono solo pezzi di metallo ed esplosivo. È l’idea stessa di umanità, sfracellata e stuprata, è l’idea di una giustizia che precipita. Penso al mio amore di adolescente per la letteratura russa, per le babushke, la Transiberiana, i boschi di betulle, le steppe innevate. Penso anche alle manifestazioni in piazza a gridare: «Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia». Di tutto questo non rimane che l’immagine dell’uomo con la cravatta color vinaccia.
(Monica Perosino, La Neve di Mariupol).

Esattamente due anni e due settimane fa, Monica Perosino, giornalista de La Stampa, pubblicava il suo primo libro. La neve di Mariupol’, edito da Paesi Edizioni, usciva il giorno del primo anniversario dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.

Quello di Perosino è un vagare nell’Ucraina profonda, subito dopo che saltano i suoi piani iniziali; quelli di incontrare una donna, Kateryna, in un caffè davanti al teatro drammatico di Mariupol’, tristemente noto a livello internazionale perché da lì a poco sarà distrutto dai russi nonostante la scritta ‘дети’, bambini in lingua russa, a caratteri cubitali davanti alla struttura.

Lì vicino Perosino avrebbe dovuto intervistare la donna nel pomeriggio del 24 febbraio, ma l’incontro viene rinviato a data da destinarsi, e poco dopo Kataryna smette di rispondere ai messaggi della giornalista italiana: le truppe del Cremlino hanno attraversato il confine ucraino da diverse direzioni e il porto sull’Azov è prossimo all’accerchiamento. Durante le prime settimane dell’invasione le storie ruotano intorno agli spostamenti di Perosino, che tenta di ritrovare un contatto con la donna di Mariupol’ con ogni mezzo a sua disposizione.

La giornalista non toccherà mai la neve di Mariupol’ con le proprie mani, sebbene essa rimanga onnipresente nei suoi pensieri, nell’ansia sfogata con sigarette all’anguria, compagne di viaggio mentre da Dnipro a Charkiv passando per Zaporižžja, Cherson e il Donbas profondo.

Perosino incontra la parte più misteriosa di quella Ucraina che aveva solamente incominciato a conoscere e, non fosse stato per l’invasione, avrebbe lasciato a cuor leggero il 28 febbraio 2022. Proprio oggi Perosino fa invece ritorno in Ucraina per l’ennesima volta: in questi tre anni ha sviluppato un legame con gli ucraini che va al di là del dovere di cronaca o della solidarietà politica.

“Quando è in ballo la sopravvivenza fisica, si ritorna a una dimensione primordiale della vita. In questi casi, anche pochi giorni di conoscenza creano un legame profondo,” Perosino racconta a Valigia Blu. “Sin dal primo viaggio gli ucraini mi hanno insegnato l’importanza dei principi di umanità, giustizia e autodeterminazione. Quest’ultima non è mai libera da manipolazioni esterne, in nessun contesto, ciò è ovvio. Non per questo non vale la pena lottare per ciò in cui credi e per ciò che vuoi essere. E io questo lo rivedo anche in quei russi etnici che, dall’interno delle zone occupate, lottano sotto traccia per dimostrare a loro stessi e al mondo esterno di essere ucraini”.

Perosino ha recentemente raccontato sulle pagine de La Stampa la resistenza all’occupazione russa della sua categoria sociale preferita dello spazio post-sovietico, le babushke, cioè quelle signore anziane, inconsapevoli maestre di vita, il cui carattere e carisma è peculiare nell’Europa dell’Est.

Nel libro il tempo si restringe, e solo talvolta, quando l’autrice fa riferimenti espliciti alle notizie di attualità e del fronte nel suo primo anno – quello in cui la resistenza si scopre prima possibile, e poi eroica, conducendo alla liberazione di Kyiv, Chernihiv, Sumy, Charkiv e Kherson – si riesce a intuire in quale fase della guerra ci si trovi.

In quello che è un viaggio in costante evoluzione e ricalibramento nel profondo dell’Ucraina meridionale e orientale non occupata dai russi, la dimensione geopolitica è solo un orpello, utile al più a contestualizzare le storie delle persone comuni, quelle che Putin proclamava di difendere e da cui si aspettava accoglienza e riconoscenza, piuttosto che bombe molotov e fughe di massa verso l’Ovest.

Nella prima parte di La neve di Mariupol’ prendono vita le sensazioni delle prime settimane di guerra, che molti ucraini rivivono (e rivivranno) in questo periodo proprio ogni anno, ripensando a cosa facessero, dove si trovassero, durante l’alba insonne del 24 febbraio.

In questi giorni quelle emozioni sono per molti riaffiorate, ben più del solito. Senza accorgersi si è arrivati al terzo anniversario, e portare la testa a quella prima settimana è oggi ancora più straniante di prima. Oggi che Kyiv deve guardarsi le spalle non più solo da Mosca, ma da Washington stessa, da quando Donald Trump è diventato Presidente degli Stati Uniti.

Come accennato, il libro è soprattutto una raccolta di testimonianze, storie simili a quelle di milioni nei territori occupati che da anni non hanno più orecchie ad ascoltarle, né una penna libera nel registrarle. Una delle pochi immagini della Storia, quella scritta dai maschi forti a capo delle principali potenze mondiali, che ritorna nel libro, è appunto l’immagine dell’uomo con la cravatta color vinaccia, un ovvio riferimento al presidente russo mentre pronuncia il suo cinico discorso che annuncia l’invasione della Russia in Ucraina e centinaia di migliaia di morti sul suolo ucraino, al momento occupato per quasi il 20% da Mosca.

Oggi che Perosino ritorna in Ucraina l’immagine che si accumula nei pensieri e nelle analisi è di un altro maschio alfa con una cravatta dal rosso ben più acceso. Il colore simbolo dei Repubblicani negli Stati Uniti e indossato da Trump mentre tentava di umiliare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per convincerlo ad ammettere che la distruzione in Ucraina è in fondo colpa di una mancanza di arrendevolezza e condiscendenza del suo leader politico.

Perosino cita Zelensky poche volte nel suo libro. Al centro del suo viaggio ci sono le persone, soprattutto quelle che cambiano opinione sui rapporti storici tra russi e ucraini, sull’Europa, su Mosca e sé stesse.

“Ho attraversato steppe innevate, vite altrui, pensieri, ricordi, paure di persone mai incontrate prima e poi le ho raccontate al ritmo di una al giorno. Una vita intera, a volte più di una, schiacciate in centro righe spedite al giornale per cui lavoro. È un esercizio faticoso, perché sai che per quanti sforzi tu faccia, di quelle vite non ne hai colto che un bagliore,” scrive Perosino in uno dei primi capitoli, prima di introdurre Nina, che prepara khachapuri georgiani a Dnipro ed è malinconicamente convinta di essere “una persona semplice inseguita dalla guerra”.

In effetti la sua parabola è una descrizione perfetta di come Putin evolve in seguito alla celebre conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007: il suo pellegrinaggio inizia nell’agosto del 2008, dopo l’invasione della Georgia. Si tratta del primo segnale, mettendo fra parentesi la Cecenia, delle intenzioni a lungo termine dell’autocrate russo.

Ammirato in prima istanza dal suo omonimo ucraino, di Charkiv, Vladimir, “il cui nome significa colui che possiede il mondo”, marito della sagace professoressa Nataliya, che a Perosino racconta: “io sono russa, Charkiv è la mia patria, e amo l’Ucraina”. Un cortocircuito per chi, anche tre anni dopo, confonde ancora russofili e russofoni in Ucraina.

Vladimir dimostra che pure i pensieri più radicali sono passeggeri e dipendenti dal contesto. La sua fascinazione per Putin, figlia di una nostalgia per l’Urss in cui Vladimir era all’apice di energia vitale e bellezza, svanisce nell’arco della prima settimana di distruzione in Ucraina e, oggi che vive in Repubblica Ceca, “è proprio lui che mostra rancore e odio verso Putin e i russi, ben più della moglie, filoucraina ben prima di lui,” ci racconta Perosino, rimasta in contatto con la maggior parte delle persone reali dietro le storie raccontate in questo mosaico dell’Ucraina sud-orientale.

Oggi che Monica è di nuovo in Ucraina, nel momento più decisivo degli ultimi tre anni, viene naturale chiederle: cosa aspettarsi dall’Ucraina stravolta dall’avanscoperta cinica e criminale dell’amministrazione statunitense? Cosa succederà di questo mosaico nelle prossime settimane, ma pure nei prossimi anni?

“In 24 anni in cui faccio questo mestiere, ho capito che sebbene sia importante partire con un’idea e un piano, non succede una singola volta che io non ritorni a casa con sorprese e prospettive inaspettate. Ovviamente, mi aspetto di vedere una popolazione civile e militare stremata dalla guerra, ma non ancora pronta a cedere – di certo non arresa alla legge del più forte. Tutti vogliono la pace, soprattutto gli ucraini, ma nemmeno in Donbas le babushke nostalgiche dell’Unione Sovietica mi hanno fatto trasparire cedimenti netti,” ci spiega Perosino.

“Vedo ancora fortissimi questi valori di giustizia e libera scelta nelle persone, sebbene, come visto con Trump, a volte la realtà sia un rullo compressore anche per le convinzioni e i principi più forti”.

(Immagine in anteprima: via Flickr)

Sonya, una babushka ucraina ottantenne, fotografata in bianco e nero