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Salvini saluta il ministero: si torna al Papeete (huffingtonpost.it)

Parlare di strade e ponti è servito solo a 
trasformare il Capitano in Capomastro. 
Il nemico alle porte – Hamas, terrorismo ma anche magistratura – rende molto di più. Un tripudio di sangue e una teoria di maiuscole per il ritorno della Bestia in vista delle elezioni europee

“Tutto il mio sostegno al popolo di Israele, sotto attacco da parte di TERRORISTI ISLAMICI”. Il 7 ottobre così Matteo Salvini commentava a caldo l’attacco di Hamas contro i civili israeliani. Il maiuscolo è dell’originale, e offre la traccia di quel che la comunicazione del segretario della Lega avrebbe messo in moto nei dodici giorni successivi.

Al momento in cui scriviamo si contano ben ventinove post su Instagram e undici tweet riferiti al conflitto che sta avviluppando il Medio oriente e agli episodi di violenza scatenatisi in particolar modo in Francia e in Belgio a seguito di esso. Per offrire un termine di paragone, Giorgia Meloni ha tweettato sullo stesso tema due volte, e su Instagram si è limitata a pubblicare le foto con i re di Giordania e Barhein in visita a Palazzo Chigi corredati da un copy assai istituzionale.

Non è un fatto di questi giorni che la “Bestia”, la macchina dei social di Salvini si sia rimessa in moto a pieno regime. Dopo mesi passati a segnalare apertura di cantieri e inaugurazioni di varianti, al massimo a parlare del ponte di Messina, al punto che qualcuno nel partito bonariamente sorrideva definendo il leader “il Capomastro”, ironizzando sul soprannome “il Capitano” con il quale è conosciuto nella sua fanbase, il vicepremier ha concordato con i suoi un ritorno all’antico.

“Sì, ci sono state alcune riunioni a cavallo dell’estate, si è deciso di riprendere una comunicazione più aggressiva”, spiega un esponente in camicia verde. È un combinato disposto tra i cali fotografati dai sondaggi e lo scarto che è rimasto amplissimo con Fratelli d’Italia, “concentrarsi solo sul ministero non ha pagato, anzi”, il ragionamento dei comunicatori di Salvini.

E così da qualche settimana i suoi profili social sembrano più quelli di un magazine di destra che non quelli di un ministro e vicepremier: video di manifestazioni ambientaliste, di trasmissioni televisive che corroborano le sue posizioni, di contestatori da accusare o biasimare, il tutto condito da una spruzzata di ponte di Messina e eventi sul territorio.

Lo schema più aggressivo si è dispiegato sulla sentenza della magistrata Iolanda Apostolico. Oltre il video della discordia decine di post di critica alla giudice “ideologizzata” o di crimini commessi da immigrati che potessero corroborare la legittimità delle posizioni del ministro. Osserva la fonte della Lega che “ovviamente questi sono i nostri temi da sempre, ed è naturale che sia su queste cose che insistiamo”.

L’immigrazione come volano di ripresa dei consensi, dopo le ruvidezze negli scorsi mesi che hanno lasciato il leader del Carroccio molto contrariato per la scelta di Meloni di abbandonare nei fatti la linea dura dei porti chiusi per perseguire il piano Mattei e gli accordi con l’Africa come principale direttrice d’intervento.

Con lo scoppio della guerra in Palestina la macchina della Bestia ha ricominciato a macinare contenuti come ai vecchi tempi. Non c’è più Luca Morisi, il vero ideatore della propaganda social che ha portato la Lega anche oltre il 30% dei consensi alle ultime europee, ma il resto della struttura è solidamente incardinata in postazioni di governo. Andrea Paganella, che con Morisi ha messo in piedi la Bestia, è nel frattempo sbarcato in Parlamento, e da senatore continua ad avere la supervisione generale.

Gli altri del team sono dislocati tra Palazzo Chigi – Fabio Montoli,  Alessandro Pansera e Leonardo Foa, quest’ultimo in qualità di “responsabile della pianificazione e della promozione delle attività del vicepresidente” – e al ministero delle Infrastrutture dove Andrea Zanelli e Fabio Visconti figurano nello staff, mentre Daniele Bertana ha i galloni di capo segreteria.

E il pericolo dell’immigrazione come latrice di terrorismo anche nel nostro paese è stato da subito il liet-motiv della lunga sfilza di post sulla guerra, ancor prima che fosse noto che Abdesalem Lassoued, il terrorista che ha ucciso due tifosi svedesi a Bruxelles, fosse entrato in Europa sbarcando a Lampedusa. Dopo il primo intervento, la vicinanza e la solidarietà a Israele e al suo popolo è diventato sempre meno centrale nelle sottolineature alle foto e ai video, tutti pubblicati con un solo scopo: mettere in allarme sul “terrorismo islamico”.

Al punto che, fatto salvo per i primi due, la parola “Israele non viene quasi più menzionata”. Il 7 ottobre è il turno di “terroristi islamici di Hamas” e di un ellittico “Sangue, odio islamico, violenza islamica, morte”, l’8 si denuncia “l’odio sconfinato dell’estremismo islamico” e si parla di “donne e bambini israeliani rapiti dai terroristi”.

È l’ultima volta che si cita Israele, verrà poi il turno di “bestialità dell’aggressione islamica”, “terroristi islamici assassini”, tagliagole islamici”, “terroristi che siate maledetti”, “follia dell’estremismo islamico”, e si potrebbe continuare a lungo.

A sublimare questa linea comunicativa, è arrivata la convocazione della piazza a Milano per il prossimo 4 novembre, e ancora una volta la parola d’ordine con cui invita elettori e simpatizzanti a unirsi non è il sostegno a Israele, che rimane sempre sullo sfondo, ma “DIFENDERE diritti, libertà e sicurezza, CONTRO sangue e barbarie del terrorismo islamico”.

È il non originalissimo refrain del nemico alle porte, del pericolo da additare al di là dei rischi e dei pericoli concreti, principalmente per creare un’onda emotiva che generi consenso e mobilitazione attorno a un partito sfibrato dai sondaggi e che non riesce a esercitare sulle decisioni strategiche del governo la presa che si era immaginato prima delle elezioni.

“E sicuramente la Bestia continuerà a fare il lavoro che l’ha resa famosa – spiega la fonte del Carroccio – magari modulando il tenore e la quantità degli interventi, ma sostanzialmente è tornata quella che era”. È questo uno dei principali grimaldelli che il vicepremier è convinto di poter utilizzare per risalire la china e incassare un buon risultato alle europee, da capitalizzare anche sul fronte interno. La Lega è il partito di maggioranza in cui gli spifferi su un futuro rimpasto si fanno più sentire, ma per arrivarci, e per farlo in una posizione di forza, serve riempire le urne. E in questo la Bestia è imprescindibile.

Cosa capiscono i ragazzi della guerra? (rivistastdio,com)

di Arianna Giorgia Bonazzi

Medio Oriente

Le immagini delle violenze in Medio Oriente arrivano anche a loro. Ha senso proteggerli vietando l’accesso ai social, come suggeriscono alcuni? O è possibile, e giusto, spiegare cosa sta succedendo?

Èdella scorsa settimana la notizia che molte scuole e associazioni di genitori isrealiane stanno consigliando alle famiglie di cancellare i social media dai dispositivi dei loro ragazzi, per proteggerli da immagini scioccanti, come gli appelli disperati degli ostaggi. In seguito, anche le scuole americane e inglesi, preoccupate dalla disinformazione sulla nuova guerra e dai suoi effetti angoscianti, hanno consigliato ai genitori la stessa politica.

Su TikTok, il social ormai invaso da noi vecchi, ma tradizionalmente avamposto dei ragazzini, da dieci giorni a questa parte circolano materiali fake, come video mal tradotti e mal sottotitolati, o immagini appartenenti a guerre e crisi umanitarie del passato spacciate come ultim’ore, tanto che il 14 ottobre la Commissione europea – dopo l’ultimatum già lanciato a X di Elon Musk – aveva dato 24 ore all’amministratore delegato del social cinese per rimuovere i contenuti illegali e fuorvianti (ci sono ancora).

La maggior parte dei siti d’informazione consiglia ai genitori di interrogare i ragazzi sui contenuti visualizzati in questi giorni, e si concentra sulla prevenzione e sull’educazione digitale: aumentare i blocchi per non venire più in raggiunti da immagini sensibili, imparare a riconoscere la contraffazione, o, in ultimissima battuta, rivolgersi ai grandi se si è rimasti sconvolti da qualcosa. Io invece mi preoccupo quasi del contrario. Entro, col suo permesso, nell’account TikTok di mia figlia, e mi imbatto in un video di cattivissimo gusto con tante emoji in lacrime appiccicate sopra a un uomo affranto in camice che abbraccia alcuni parenti.

La scritta catchy dice: un medico rimane scioccato quando si accorge che uno dei bambini arrivati morti in ospedale è suo figlio. Il video è costruito esattamente come i video commoventi acchiappa-click “un bambino vede per la prima volta dopo l’operazione agli occhi,” solo che crea l’effetto opposto. Le immagini, in questo caso, non sembrano corrispondere all’interpretazione fornita. Per quel che vediamo, potrebbe trattarsi benissimo di un dottore che consola i familiari di un ferito. Vorrei spiegare a mia figlia: non c’è nessuna voce di un reporter che attesta la sua presenza sul posto e ne valida la testimonianza; quelle faccine piangenti poi cancellano gran parte dell’ambientazione.

Ma mia figlia non mi ha chiesto niente a proposito di questo o di altri video di neonati fasciati e macchiati di sangue, o di mamme che baciano per l’ultima volta il volto pixellato del loro bambino. Guardo ancora: Kamal, 7 anni, è inquadrato in primissimo piano su una sedia a rotelle, mentre piange e ripete il nome di qualcuno con lo sguardo rivolto in basso. Le didascalie dicono che invoca il fratello maggiore, 14 anni, che giace morto a terra ai suoi piedi, e assieme al quale si era svegliato in piena notte sotto le bombe, mentre quello gridava aiuto. Ma se stanno visualizzando queste cose, perché i ragazzi non ci chiedono niente?

State parlando del nuovo conflitto in corso a scuola? Il prof di storia non è ancora stata nominato, è la risposta laconica del liceale. Sai dove si sta svolgendo la guerra di cui TikTok ti mostra le immagini, chiedo alla minore. Non sono sicura, fa. Me lo dici tu? Allora lo inchiodo davanti ai video YouTube del prof di BarbaSophia, il podcast divulgativo e amichevole che ha avuto così tanto successo negli ultimi anni tra gli studenti abbandonati. Ma perché a scuola non c’è un insegnante, non necessariamente assegnatario della cattedra di storia, che decide di iniziare la giornata aprendo un giornale?

Quando collaboravo con Emergency, durante l’evento annuale in streaming dedicato ai ragazzi delle superiori, i ragazzi mandavano le loro domande in dm. Una diceva: «La scuola non ci aiuta a capire esattamente cosa sia la guerra. Nello studio della storia non si riesce a raccontare la profonda sofferenza causata dalla guerra».

L’associazione ha un’etica molto precisa riguardo al tipo di immagini da condividere, diametralmente opposta al panico sensazionalistico che possono scatenare i social. La primissima campagna sulla guerra del Ruanda era fatta di riquadri neri con la scritta: “Quello che Emergency vede, non ve lo fa vedere” (e non era rivolta ai bambini).

Io non sono sempre d’accordo. Leggo il consiglio dello psicologo intervistato in questi giorni da Cbs News, «parlategli perché non abbiano così tanta paura», e mi dico: ma perché i ragazzini newyorkesi (o italiani) non dovrebbero sentirsi turbati, se altri bambini stanno vivendo questa cosa sulla loro pelle? La famosa foto della bambina del napalm, che fugge nuda e urlante nel villaggio di Trang Bang in Vietnam, comparsa sulla prima pagina del New York Times il 9 giugno 1972, e definita «l’immagine che non doveva essere mostrata di un evento che non avrebbe dovuto accadere», ha tormentato le coscienze delle persone a lungo, e secondo alcuni è stata decisiva per movimentare l’opinione pubblica e mettere fine alla guerra in Vietnam.

Mi rendo conto che però qui il tema è un altro, e riguarda nello specifico i ragazzini sovraesposti allo spettacolo del dolore. Carlo Garbagnati, cofondatore di Emergency, a tal proposito scriveva che «non si è disposti a convivere con gli incubi, ed è fisiologico sottrarsi all’orrore: le forme di questa autodifesa potrebbero diventare la rassegnazione che accetta l’orrore […] o la rimozione che cancella gli incubi».

Non controllando né guidando il consumo di orrore da parte dei nostri minorenni staremmo dunque immunizzandoli dalla capacità di sentirsi coinvolti. Anestetizzando la loro voglia di capire. Se questa roba passa in mezzo al flusso del make-up, dei trick sportivi e delle abbuffate, e posso swappare via, dev’essere qualcosa che non mi riguarda. Ecco forse la fonte di quelle non-domande, di quei silenzi che arrivano molto spesso da ragazzini normali, non da mostri anaffettivi.

D’altra parte, noi tutti, condotti allegramente dai nonni alle domeniche aperte in caserma, tra carrarmati e aerei da guerra, ci chiedevamo a cosa serviva tutta quella ferraglia annunciata da bande e fanfare? È una cosa diversa, certo, ma ricordo bene anche che vivevo le immagini della guerra jugoslava al Tg serale come qualcosa di ineluttabile e lontano, sebbene ogni tanto arrivasse un nuovo compagno di classe che aveva attraversato l’Adriatico in fuga.

Eppure, una sola generazione ci separava dal racconto in prima persona delle bombe: allevati dai superstiti, non potevamo scartare un pezzetto di carne senza che ci venisse ricordata amaramente la fame, non potevamo disprezzare un paio di calze senza che qualcuno ci rinfacciasse il freddo nei rifugi antiaerei. Ma quel freddo, quella fame, e soprattutto quella paura, non sapevamo immaginarli abbastanza.

Dubito che domani Matteo Saudino di BarbaSophia sarà nominato titolare della cattedra di storia della classe di mio o di vostro figlio. E dubito anche che impedirò ai miei figli di continuare a informarsi rischiosamente e maldestramente sui social: mi sembrerebbe totalitario. Tutto quello che posso fare è bussare alle porte delle loro stanze, e chiedere cosa abbiano visto oggi e cosa diavolo stiano capendo. Spiegare quel che ho capito io. E poi confessare che nessuno, evidentemente, ci ha capito abbastanza.

Polonia, la vittoria delle opposizioni il risultato di una lunga maturazione nella società civile (valigiablu.it)

di 

Sempre divisa ma con il cuore un po’ 
meno a destra. 

Così si è svegliata lunedì mattina la Polonia il giorno dopo quella che resterà una giornata memorabile.

Domenica i seggi elettorali sparsi in tutto il paese e quelli allestiti nei consolati esteri sono stati presi d’assalto da cittadini muniti di tessera elettorale. In palio c’erano le sorti di quelle che qualcuno aveva definito le elezioni più importanti di sempre.

Da una parte il governo conservatore e sovranista guidato da Diritto e Giustizia, in cerca del suo terzo mandato consecutivo, un traguardo mai raggiunto da nessun partito nella storia della Polonia democratica. Dall’altra la scelta progressista ed europeista rappresentata da un trio di partiti: i liberali di Coalizione Civica, i centristi di Terza Via e la sinistra di Lewica.

La Polonia ha scelto di imboccare questa seconda strada e lo ha fatto su una spinta popolare di proporzioni notevoli. Nonostante Diritto e Giustizia si sia confermato primo partito con il 35,4% delle preferenze, i tre partiti di opposizione hanno quasi raggiunto il 54%, quanto necessario per avere la maggioranza.

Il primo ministro Mateusz Morawiecki probabilmente riceverà l’incarico di avviare un percorso esplorativo per la formazione di un governo, in quanto rappresentante del partito più votato, ma le speranze di successo rasentano lo zero. L’unica sponda possibile, l’ultradestra di Konfederacja, ha già fatto sapere di non essere interessata, senza contare che il suo risultato è stato del 7,1%, in ogni caso insufficiente per intavolare qualsiasi discorso.

Quello che resterà impresso di domenica 15 ottobre saranno, soprattutto, le file alle urne e i seggi di Varsavia e Cracovia rimasti a corto di schede elettorali, sintomo di un paese che aveva una gran voglia di cambiare. A recarsi a votare è stato il 74,3% degli aventi diritto, un record nella storia della Polonia post 1989 e un risultato strabiliante per un paese che fino a pochi anni fa non brillava certo per l’adesione al voto. Per fare un esempio, quando Diritto e Giustizia vinse le elezioni nel 2015, a votare era andato solo il 50,9 %.

La vittoria delle opposizioni non nasce oggi

A mobilitare l’elettorato hanno contribuito tanti fattori. Primo tra tutti la rottura del patto sociale tra il governo e i suoi cittadini nell’ottobre di tre anni fa, quando il Tribunale Costituzionale polacco ha emesso una sentenza che è andata a modificare la legge sull’aborto.

Un pronunciamento che andò a privare in maniera pressoché totale alle donne polacche la possibilità di interrompere la gravidanza. All’epoca le proteste di piazza durarono mesi e segnarono uno strappo decisivo con il governo di Diritto e Giustizia, che negli indici di gradimento fino a quel momento viaggiava saldamente sopra il 40%. In pochi giorni crollò di dieci punti. Mai più recuperati.

Quella di Strajk kobiet (Sciopero delle donne), il collettivo femminista che guidò le proteste, è stata un tappa fondamentale nella storia recente della Polonia, nella maturazione di una società più attenta alla parità di genere e in generale alle istanze più progressiste. La genesi del movimento avvenne nel 2016 proprio in occasione di un tentativo, da parte di un comitato pro life, di portare in parlamento un disegno di legge che voleva inasprire la legge sull’aborto.

Scesero a manifestare circa centomila persone, in quella che venne definita czarny protest (protesta nera) e la proposta di legge venne ritirata. Una cosa analoga accadde due anni più tardi, rendendo chiaro che modificare la legge per via parlamentare sarebbe stato impossibile.

Le vicende di Strajk kobiet si sono incrociate e per certi versi anche scontrate con quelle della comunità LGBT, che nello stesso anno – correva il 2020 – si trovarono ad essere il bersaglio della campagna elettorale del presidente uscente Andrzej Duda, in vista delle presidenziali di quell’anno. “Provano a dirci che gli LGBT sono persone. Ma questa è solo ideologia”, aveva dichiarato Duda in uno dei suoi discorsi più contestati.

Qualche mese prima alcuni enti locali, città e voivodati (il corrispettivo delle nostre Regioni), avevano impugnato delle risoluzioni in difesa della famiglia “tradizionale”, inaugurando la stagione delle cosiddette aree libere dall’ideologia LGBT. Sarebbe stato necessario un anno più tardi l’intervento della Commissione europea e la minaccia di blocco dei fondi agli enti locali per far revocare quelle delibere. Passate le elezioni il tema era sfumato dall’attenzione dell’opinione pubblica, ma aveva lasciato un segno, specialmente tra i più giovani.

Queste vicende hanno creato una mobilitazione di cui il governo, impegnato in miopi calcoli politici a breve termine, non è stato capace di tener conto.

Se questa è stata l’onda lunga che ha portato al voto di ieri, un altro fattore determinante è stata la questione europea. Questo è il principale fardello che Diritto e Giustizia lascia dietro di sé e con cui il nuovo governo dovrà avere a che fare.

Lo scontro tra Varsavia e Bruxelles è nato ai tempi del primo mandato di governo, quando è stata messa in atto una serie di riforme che ha intaccato seriamente l’indipendenza della magistratura. Nel corso degli anni la Commissione UE ha utilizzato tutti gli strumenti a sua disposizione, fino al deferimento alla Corte di Giustizia europea.

Il governo polacco, sempre attraverso il tramite del Tribunale Costituzionale ha respinto colpo su colpo alle sentenze della Corte del Lussemburgo. L’apice due anni fa, quando in due diversi pronunciamenti, è stata dapprima delegittimata la stessa Corte di giustizia europea, e successivamente è stato stabilito il primato del diritto nazionale su quello europeo.

La Commissione, per risolvere la questione ha deciso di ricorrere alla leva finanziaria, bloccando i 35,4 miliardi di euro del Recovery Fund che spettano alla Polonia fintanto che il governo polacco non sistemerà la questione sulla giustizia. Come se non bastasse anche i fondi di coesione sono a rischio dopo che è stato introdotto il meccanismo di condizionalità che li lega al rispetto dello stato di diritto.

Le dure sfide che attendono il nuovo governo

La linea del nuovo governo dovrebbe essere diametralmente opposta a quello di Diritto e Giustizia, ma in ogni caso per sbloccare i soldi la nuova maggioranza dovrà mettere mano alle leggi approvate in questi anni. Il principale ostacolo potrebbe essere rappresentato dal Presidente della Repubblica, Andrzej Duda. Lo stesso Duda l’anno scorso fu firmatario di una legge che fu poi ritenuta insufficiente dalla Commissione. E sempre Duda qualche mese fa si è messo di traverso davanti a un altro disegno di legge correttivo rinviandolo al parere del Tribunale Costituzionale, dove si è arenato.

Un altro problema, non da poco, che il nuovo governo dovrà risolvere è proprio quello legato all’assetto del Tribunale Costituzionale, un organo che in una democrazia funzionante ricopre un ruolo decisivo nel sistema di pesi e contrappesi. Proprio per la sua importanza, è stato il primo ad essere catturato – sarebbero caduti in seguito anche la Corte Suprema e il Consiglio Nazionale della magistratura – per essere poi utilizzato a piacimento come clava politica nelle situazioni più disparate.

Il nuovo governo dovrà poi occuparsi del tema dei diritti civili. La sfida più difficile sarà quella relativa alla legge sull’aborto. Passare per via parlamentare sarà quasi impossibile, ma prima di tutto bisognerà trovare un compromesso tra le diverse posizioni dei partiti su questo tema.

Se Lewica sostiene la liberalizzazione, i centristi di Terza Via vorrebbero riportare lo stato di cose alla situazione precedente al 2020, quando l’interruzione di gravidanza era prevista nel caso in cui questa presentasse una grave malformazione del feto, mettesse a rischio la vita della madre, o nei casi in cui il concepimento fosse avvenuto in seguito a incesto o stupro (oggi è prevista solo negli ultimi tre casi). Non sarà facile. La stessa Coalizione Civica ha un approccio molto sfumato sulla questione, essendoci al suo interno correnti più progressiste, come altre più conservatrici. In ogni caso sarà necessario un intervento sul tema, pena la perdita di credibilità di fronte all’elettorato.

Un altro aspetto su cui bisognerà lavorare è quello della libertà di informazione. Una delle prime azioni intraprese da Diritto e Giustizia salito al potere nel 2015, fu quella di mettere le mani su TVP, la tv pubblica. TVP si è rivelata uno strumento di propaganda potente ed efficace che ha polarizzato la società polacca.

Le sue trasmissioni, specialmente quelle informative, sono state accusate di tenere un atteggiamento mistificatorio e denigratorio nei confronti dell’opposizione, ancora di più da quando Donald Tusk è tornato sulla scena politica nazionale. Attraverso TVP Diritto e Giustizia è riuscita a creare una vera e propria narrazione secondo cui Tusk è un uomo asservito agli interessi della Germania a scapito della Polonia. Una sorta di Soros in salsa nazionale.

Riuscire a ripristinare un sistema dell’informazione sano sarà necessario per restituire ai cittadini fiducia nella politica, anche in quella dei propri avversari.

L’ultimo aspetto, forse quello più importante, è proprio quello della riconciliazione. La Polonia è un paese che rimane ancora profondamente diviso tra la sua anima conservatrice e quella più liberale, una divisione figlia della scissione avvenuta all’interno di Solidarność tra i falchi, coloro che avrebbero voluto una transizione dal comunismo alla democrazia che ponesse una cesura netta con il passato, e quella delle colombe, tra cui rientra anche Tusk, che ha sposato la strada della transizione pacifica.

Una divisione che non si è mai ricomposta e che anzi è andata ampliandosi nel corso degli anni. Facendo riferimento a questo, qualche settimana fa il leader liberale ha dichiarato di voler porre finalmente fine alla “guerra polacco – polacca”. Sarà probabilmente la sua sfida politica più impegnativa.

L’autogol degli odiatori del Fact-checking di Open, che cercano di infangarci (e collezionano figuracce) (open.online)

di David Puente

FACT-CHECKING

Secondo Affaritaliani «il “cacciatore di bufale” Puente non risulta iscritto all’Odg. Nuovo fronte dopo il caso Fabbri». L’articolo viene condiviso dall’ex Presidente Rai Marcello Foa, senza verifica

No! I Nobel Karikò e Weissman non indossavano le mascherine perché non si fidavano dei vaccini anti Covid (open.online)

di David Puente

FACT-CHECKING

La foto utilizzata venne scattata in Giappone nel 2022. Gli utenti ignorano il contesto

Katalin Karikò e Drew Weissman hanno vinto il Nobel per la medicina 2023. Le loro scoperte hanno reso possibile una piattaforma universale per prevenire e curare molteplici patologie, ma soprattutto hanno avuto un ruolo chiave per lo sviluppo dei vaccini a mRNA contro la Covid-19. Diversi utenti, alcuni dei quali seguono le narrative No Vax, stanno condividendo una foto dove i due neo premi Nobel indossano la mascherina tenendo in mano un riconoscimento. Tanto basta per sostenere una nuova narrazione: i due non si fiderebbero dei vaccini anti Covid.

Analisi

Ecco uno dei vari post che condividono la foto con il seguente testo:

“Questa immagine vale più di mille parole: I premi Nobel non si fidano della propria “innovazione” e si affidano invece alla pseudoscienza: i pannolini per il viso.. ” Fonte Dr. Simon Goddek

La fonte del testo e dell’immagine è un post di DatabaseItalia, sito e canale Telegram noto alla sezione Fact-checking di Open (ne parliamo quiqui qui).

Il contesto della foto

La foto non riguarda la premiazione a Stoccolma. Si tratta della consegna del premio Japan Prize 2022, come riportato su Alamy.

La foto è datata 12 aprile 2022. In quel periodo, le regole sul contenimento del virus erano molto chiare. Ad esempio, nel sito Tokyo-harusai.com vengono elencate le misure di sicurezza nel corso dello Spring Festival di Tokyo, aggiornate al 5 aprile 2022. Tra queste c’è l’obbligatorio delle mascherine.

Nelle linee guida per i viaggiatori, aggiornate al 18 aprile 2022 (data di archiviazione disponibile), le mascherine vengono indicate per i luoghi al chiuso e non solo: «You will be expected to wear a mask when indoors or on public transport, as well as in outdoor spaces where you encounter other people, such as in the streets and in urban parks».

L’uso delle mascherine anche da vaccinato

Come spiegato nel nostro speciale del 6 aprile 2021, a seguito della vaccinazione bisogna «continuare ad usare la mascherina e seguire le misure di contenimento del virus finché non verrà vaccinata gran parte della popolazione».

Nell’articolo del 23 luglio 2021, in cui contestavamo le dichiarazioni di Mario Draghi sul tema Green Pass, ricordavamo la possibilità da parte di un vaccinato di poter contagiare. Già all’epoca avevamo spiegato che il rischio di contagio a seguito della vaccinazione è ridotto rispetto a chi non si vaccina e contrae il virus.

Conclusioni

La foto utilizzata per contestare Karikò e Weissman è priva di contesto. Gli utenti sostengono in maniera fuorviante che i due premi Nobel indossino la mascherina per mancanza di fiducia nei confronti dei vaccini contro la Covid-19. La foto riguarda un evento in Giappone dove era obbligatorio l’uso delle mascherine.

La bufala di Luc Montagnier e il Coronavirus manipolato con l’HIV (open.online)

di David Puente

FACT-CHECKING

Il chirurgo plastico Roy de Vita ripropone un vecchio intervento del Premio Nobel, ma le fonti vennero ampiamente smentite

Il Premio Nobel Luc Montagnier, deceduto nel febbraio 2022, viene ancora citato per le sue teorie prive di fondamento scientifico. Di recente, al fine di sostenere la contestata ospitata di Citro da parte di Marcello Foa su Rai Radio1 (analizzata qui), il chirurgo plastico Roy De Vita riporta a galla una teoria infondata diffusa dallo stesso Montagnier nel 2020: quella del “nuovo Coronavirus manipolato con l’HIV”. Di fatto, le fonti citate dal Premio Nobel risultano completamente errate per sostenere la sua teoria.

Analisi

Ecco una schermata dell’intervento di Montagnier all’interno di un recente video di Roy de Vita:

Il video circola dal 2020, quando Montagnier fu ospite del programma . Alcuni post dell’epoca vengono recentemente condivisi rilanciando l’infondata teoria:

Sta facendo il giro del web, e del mondo, un’intervista andata in onda su Cnews al premio Nobel Luc Montagnier, che ha presentato i risultati dei suoi studi sul Coronavirus. Il virologo francese ha spiegato che ci sono gli elementi per ritenere che non si tratta di un virus frutto dell’incrocio tra uomo e animale (bagolino), diffusosi a partire dal mercato del pesce di Wuhan, come affermato ufficialmente dalla Cina. In realtà, per Montagnier, il Covid-19 sarebbe frutto dell’inserimento di piccole catene di Hiv all’interno del virus originario: un lavoro di biologia molecolare realizzato presso un laboratorio di Wuhan e in parte sovvenzionato anche dagli Usa, con l’obiettivo di realizzare un vaccino contro l’Aids.

Le parole di Montagnier ospite di Pourquoi docteur

Diverse testate giornalistiche, incluso Il Riformista, riportarono le parole del Premio Nobel espresse durante la trasmissione francese Pourquoi docteur:

Con il mio collega, il biomatematico Jean-Claude Perez, abbiamo analizzato attentamente la descrizione del genoma di questo virus Rna. Non siamo stati i primi, un gruppo di ricercatori indiani ha cercato di pubblicare uno studio che mostra che il genoma completo di questo virus che ha all’interno delle sequenze di un altro virus, che quello dell’Aids. Il gruppo indiano ha ritrattato dopo la pubblicazione. Ma la verità scientifica emerge sempre. La sequenza dell’Aids è stata inserita nel genoma del coronavirus per tentare di fare il vaccino dell’HIV.

Lo studio farlocco del “collega” di Montagnier

Montagnier cita come “esperto” Jean-claude Perez, dichiarando di aver analizzato insieme al lui il genoma del nuovo Coronavirus. Partiamo da un fatto: c’è una ricerca pubblicata a riguardo, ma risulta assente la firma di Montagnier.

Chi è Jean-claude Perez? Non si tratta di un virologo o di un genetista, ma di un ex ingegnere della IBM che si occupava di biologia teorica. Jean-claude Perez aveva pubblicato, nell’edizione di febbraio 2020 della rivista International journal of research granthaalayah (poi pubblicata a marzo), una ricerca intitolata «Wuhan covid-19 synthetic origins and evolution». Ciò che risulta curioso è che – a parte la ricerca firmata dal solo Perez – tale rivista risulti nella black list delle riviste predatorie redatta dal debunker Jeffrey Beall. Per rivista predatoria si intende una pubblicazione che non esegue una revisione dei contenuti, pubblicando qualsiasi articolo anche a pagamento.

Riportiamo l’analisi della ricerca di Perez pubblicata da Enrico Bucci, Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia e titolare della società di revisione degli articoli scientifici Resis srl:

In questo articolo si afferma di aver trovato la prova “matematica” della artificialità del genoma del coronavirus. In realtà, si tratta di un indigeribile minestrone di parole, dal significato nullo (per controllo, ho chiesto anche a qualche matematico), il quale ha una caratteristica precipua: quella di essere in buona parte plagiato da precedenti scritti dello stesso autore, in cui le stesse parole sono usate per dimostrare le più varie cose sulle sequenze di Dna umano, dei Neanderthal e di tantissime altre specie. Come se non bastasse, anche le figure che dovrebbero servire a dimostrare quanto sostenuto dall’autore sono riciclate, persino all’interno dello stesso manoscritto: se il lettore volesse divertirsi, confronti per esempio la figura 34 con la 39. In poche parole, il cosiddetto articolo scientifico di Perez, con cui Montagnier ha collaborato anche in occasioni precedenti, è incomprensibile immondizia plagiata (come si può verificare con qualunque software antiplagio), pubblicata su una rivista spazzatura.

Lo “studio” dei ricercatori indiani

Montagnier cita uno «studio» dell’Università di Nuova Delhi del 31 gennaio 2020 intitolato «Strane somiglianze di inserti unici nel coronavirus 19 di proteine di HIV», successivamente ritrattato e ritirato. Non solo, tale teoria venne poi smentita da uno studio pubblicato a metà febbraio 2020 dal titolo «HIV-1 did not contribute to the 2019-nCoV genome». Il Premio Nobel, durante l’intervento nel programma francese, cercò di sostenere lo studio ritirato degli indiani attraverso quello farlocco del “collega” Perez.

Conclusioni

La teoria diffusa da Montagnier sul “nuovo Coronavirus manipolato con l’HIV” risulta di fatto priva di fondamento scientifico. Le fonti citate dal Premio Nobel durante la trasmissione francese sono del tutto inconsistenti, ma soprattutto non vi sono stati ulteriori sviluppi a sostegno delle sue teorie.