La mia prima reazione, alla notizia della morte di Letizia Battaglia, è stata il ravvivarsi di un ricordo, l’immagine di una sua fotografia.
La scattò a Trapani nella domenica di Pasqua del 1989. Una colomba vola verso due ragazzini, che la guardano mentre si avvicina ai loro volti. Un uomo, di schiena, si allontana ignaro, ma i ragazzini vengono catturati da questa magia. Sono immobili, increduli, uno sembra persino avere la bocca aperta. La colomba è sospesa al centro del fotogramma.
È una di quelle foto che si scattano quando quello che si vede è già dentro lo sguardo, quando l’istante perfetto è solo la fine del processo, perché ciò che ha generato l’immagine è nella vita vissuta, nel modo di guardare il mondo, nelle speranze, nei desideri. Quando la intervistai, nel 2016, mi raccontò che la colomba era la bellezza di quello che può accadere.
Mi disse: “Come è possibile che il bimbo e la colombina si guardassero? La colombina significa che la vita è veramente bella. Non so se è candore. Non credo. La colombina per me è simbolo di vita, è l’animale che vola. È questo: che la vita è bella ed è anche molto faticosa”.
La colomba è il suo sguardo. Oggi che non c’è più, è come se questo delicato uccello bianco volasse sulle sue immagini, ne cucisse la trama di sangue, la colorasse di bianco. Ho sempre creduto che la sua fotocamera non fosse un’arma, come spesso la descrive la retorica del fotoreporter: velocità, destrezza, lucidità, un cacciatore che deve catturare la preda.
E poi deve ucciderla. No. Letizia Battaglia usava la sua fotocamera come un conforto. Un velo che si opponeva, anche se vano, alla morte, al buio, alla violenza, un antidoto al dolore. Persino quando questo dolore prendeva il sopravvento, quando non si era sentita abbastanza forte da esporre la foto di un bambino riverso in una pozzanghera di sangue, ucciso da due killer che aveva visto in volto.
La potenza del suo bianco e nero rende distintamene il rosso del sangue e il bianco dello sguardo, colori che mi hanno ricordato sempre quelli della passione, quella via Via Crucis che lei aveva percorso tante volte nella sua città.
In particolare rammento la foto che aveva intitolato “I due Cristi”. Un uomo giaceva a terra, con il corpo supino, il volto contro il suolo e accanto una immensa chiazza di sangue. La schiena era scoperta, qualcuno probabilmente aveva alzato la maglia sino all’altezza del collo. Un enorme tatuaggio occupava tutta parte sinistra della schiena: il volto di Cristo incoronato di spine. Non servono molte parole descrivere ciò che accade in quella foto.
Come per la colomba che vola verso i bambini, con il suo alito di speranza, il volto di Cristo diventa quello dell’uomo ucciso e abbandonato a terra che ne riscatta la morte. Il 5 settembre 1979 il giudice Cesare Terranova viene ucciso nella sua macchina. Letizia Battaglia è vicinissima al suo cadavere. Il fotogramma mostra il buco del finestrino frantumato dai colpi. Il capo del giudice è leggermente reclinato, rivolto verso il basso come stesse dormendo, gli abiti sono sporchi di sangue.
Lo sguardo della fotografa si posa su quel corpo come volesse avvolgerlo e sfiorarlo per l’ultima volta. Il corpo di Terranova sembra fragile e indifeso come quello di un bambino … leggi tutto
(Letizia Battaglia)