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Letizia Battaglia: la colomba e la bellezza (doppiozero.com)

di Silvia Mazzucchelli

La mia prima reazione, alla notizia della morte 
di Letizia Battaglia, è stata il ravvivarsi di 
un ricordo, l’immagine di una sua fotografia. 

La scattò a Trapani nella domenica di Pasqua del 1989. Una colomba vola verso due ragazzini, che la guardano mentre si avvicina ai loro volti. Un uomo, di schiena, si allontana ignaro, ma i ragazzini vengono catturati da questa magia. Sono immobili, increduli, uno sembra persino avere la bocca aperta. La colomba è sospesa al centro del fotogramma.

È una di quelle foto che si scattano quando quello che si vede è già dentro lo sguardo, quando l’istante perfetto è solo la fine del processo, perché ciò che ha generato l’immagine è nella vita vissuta, nel modo di guardare il mondo, nelle speranze, nei desideri. Quando la intervistai, nel 2016, mi raccontò che la colomba era la bellezza di quello che può accadere.

Mi disse: “Come è possibile che il bimbo e la colombina si guardassero? La colombina significa che la vita è veramente bella. Non so se è candore. Non credo. La colombina per me è simbolo di vita, è l’animale che vola. È questo: che la vita è bella ed è anche molto faticosa”.

La colomba è il suo sguardo. Oggi che non c’è più, è come se questo delicato uccello bianco volasse sulle sue immagini, ne cucisse la trama di sangue, la colorasse di bianco. Ho sempre creduto che la sua fotocamera non fosse un’arma, come spesso la descrive la retorica del fotoreporter: velocità, destrezza, lucidità, un cacciatore che deve catturare la preda.

E poi deve ucciderla. No. Letizia Battaglia usava la sua fotocamera come un conforto. Un velo che si opponeva, anche se vano, alla morte, al buio, alla violenza, un antidoto al dolore. Persino quando questo dolore prendeva il sopravvento, quando non si era sentita abbastanza forte da esporre la foto di un bambino riverso in una pozzanghera di sangue, ucciso da due killer che aveva visto in volto.

La potenza del suo bianco e nero rende distintamene il rosso del sangue e il bianco dello sguardo, colori che mi hanno ricordato sempre quelli della passione, quella via Via Crucis che lei aveva percorso tante volte nella sua città.

In particolare rammento la foto che aveva intitolato “I due Cristi”. Un uomo giaceva a terra, con il corpo supino, il volto contro il suolo e accanto una immensa chiazza di sangue. La schiena era scoperta, qualcuno probabilmente aveva alzato la maglia sino all’altezza del collo. Un enorme tatuaggio occupava tutta parte sinistra della schiena: il volto di Cristo incoronato di spine. Non servono molte parole descrivere ciò che accade in quella foto.

Come per la colomba che vola verso i bambini, con il suo alito di speranza, il volto di Cristo diventa quello dell’uomo ucciso e abbandonato a terra che ne riscatta la morte.  Il 5 settembre 1979 il giudice Cesare Terranova viene ucciso nella sua macchina. Letizia Battaglia è vicinissima al suo cadavere. Il fotogramma mostra il buco del finestrino frantumato dai colpi. Il capo del giudice è leggermente reclinato, rivolto verso il basso come stesse dormendo, gli abiti sono sporchi di sangue.

Lo sguardo della fotografa si posa su quel corpo come volesse avvolgerlo e sfiorarlo per l’ultima volta. Il corpo di Terranova sembra fragile e indifeso come quello di un bambino … leggi tutto

(Letizia Battaglia)

Davanti all’orrore, anche la normale ipocrisia delle nostre discussioni è divenuta impossibile (linkiesta.it)

di

I cavillosi complici di Putin

C’è un abisso che separa il dibattito pubblico su quanto sta accadendo in Ucraina da tutte le discussioni precedenti, anche le più grottesche. Una differenza che avrà conseguenze personali e politiche per ciascuno di noi

Il dibattito pubblico in Italia assomiglia da molti anni a una partita truccata tra ubriachi. Siamo sinceri, non è una novità: non è colpa della guerra e nemmeno dei social network. E ovviamente ci sono luminose eccezioni. Buona parte delle discussioni che si possono seguire in televisione o sui giornali, tuttavia, è riassumibile nella formula: un truffatore che dà dell’imbroglione a un baro.

Un conto però è quando l’oggetto della contesa, faccio un esempio a caso, è la legge elettorale, e l’imbroglio si riduce al solito gioco delle tre carte con cui di volta in volta il favorito nei sondaggi si batte in difesa del maggioritario, salvo poi invocare il proporzionale nel momento in cui gli equilibri si rovesciano (spesso anche a causa della legge elettorale da lui difesa al giro precedente, perché i nostri bari hanno almeno questo di rassicurante: che non sanno neanche barare).

Altro discorso è quando l’oggetto della contesa riguarda l’invasione di un Paese libero e democratico – quando cioè il dibattito si svolge mentre sono in corso stermini, torture, stupri di massa – e il baro di cui sopra va in tv ad accusare chi vorrebbe fermare tutto questo di non volere la pace e mettere a rischio il dialogo con i torturatori.

C’è un salto di qualità, ma soprattutto c’è un abisso morale che separa le discussioni sulla guerra in Ucraina da tutte le precedenti, per quanto grottesche potessero essere pure quelle. È questo salto che rende difficile, almeno per me, ma forse non soltanto per me, continuare a osservare e commentare un tale spettacolo.

È un salto che costringe ciascuno di noi a fare i conti con la propria coscienza, con le proprie idee passate e presenti, con i propri punti di riferimento politici e intellettuali, con i propri amici, conoscenti, follower.

Ammesso che sia sensato indicare una data, io non so quando si possa dire che si è diventati di destra o di sinistra, nazionalisti, pacifisti, conservatori o progressisti – se a dieci anni, a quindici o a ventidue – ma penso che non bisognerebbe mai dimenticare, per dir così, la direzione del nesso causale.

Se a un certo punto della vostra vita avete pensato che eravate di sinistra, per esempio, posso immaginare che a muovervi sia stato un certo desiderio di giustizia, o un sentimento di indignazione per le ingiustizie subite, da voi stessi o da altri: classi sociali, minoranze religiose, popoli oppressi.

Ma quali che siano state da allora in poi le vostre letture, studi, relazioni e scelte di vita, la direzione del nesso causale non dovrebbe essere cambiata: avrete eventualmente cominciato a leggere Marx perché volevate combattere quelle ingiustizie, non viceversa.

Dubito che dall’Ottocento a oggi ci sia stata una sola persona che, dopo essere giunta all’ultima pagina del Capitale, ne abbia tratto la conclusione che era ingiusto far lavorare i bambini in fabbrica. Mi sembra più verosimile l’inverso … leggi tutto

(@jiangxulei1990)

Arendt, Castoriadis e l’enigma Putin (doppiozero.com)

di Francesco Bellusci

Stupore. 

È la sensazione che abbiamo provato, noi europei e occidentali, di fronte alla pandemia, convinti che le epidemie appartenessero a tempi o a luoghi remoti, e che si è ripetuta di fronte alla guerra scatenata da Putin.

La guerra è piombata nel cuore dell’Europa, dopo settant’anni di pace, e di colpo ha archiviato l’ordine mondiale post-1989, che stava scivolando e fluttuando dall’egemonia dell’“Impero Light” americano (è la notoria definizione del politologo canadese Michael Ignatieff) a una forma instabile di multipolarismo, con l’emergere di nuove potenze economiche come la Cina e l’India e con il consolidamento dell’Unione europea, a seguito dell’allargamento a Est e dell’integrazione economico-monetaria.

Ma c’è un’ombra dietro questa guerra, che si tende a trascurare. È l’ombra del Potere. Per dirla meglio, si tratta della natura del Potere e dell’establishment russo attuale che ha preparato e sta conducendo la guerra d’invasione in Ucraina, rimettendo in campo un uso politico disinvolto dello strumento “guerra”, per rideterminare confini e frontiere, che consideravamo “illegale” e improbabile, soprattutto da parte di uno Stato membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Stentiamo a porre lo sguardo sul volto perturbante di questo potere e sull’“enigma Putin”. Putin, infatti, non è solo un autocrate che, da tempo, sta piegando in senso autoritario e poliziesco le strutture costituzionali e istituzionali della Federazione Russa.

Dopo i massacri di Bucha, si staglia in modo inquietante la sagoma di un tanatocrate, senza remore nel mettere in conto la possibilità di ricorrere alla brutalità militare e alla barbarie, come conseguenza logica e inevitabile del diritto all’uso della forza, rivendicato, in modo inaspettato, come regola non ancora completamente archiviabile delle relazioni internazionali.

Solo adesso cominciamo forse a focalizzare gli ingranaggi del regime post-sovietico di Putin e le sue “somiglianze di famiglia” con quel regime sovietico, del quale, come già denunciava Hannah Arendt, il mondo non totalitario e l’intelligenza occidentale non riuscivano a cogliere la vera forza e la mentalità che funzionava in modo non utilitario, indipendentemente da ogni calcolo in termini di uomini e di mezzi e con indifferenza per il benessere del popolo.

A essere illuminanti sono proprio le continuità tra il regime putiniano e l’ultimo ventennio del regime sovietico, segnato dal passaggio dal controllo dello Stato (compresa l’istituzione dell’esercito) da parte del Partito (nella fattispecie, da parte della polizia segreta) al controllo della società civile da parte della società militare.

Questa era almeno la tesi principale di un libro del filosofo, sociologo e psicanalista greco-francese Cornelius Castoriadis (di cui ricorre, quest’anno, il centenario della nascita), pubblicato nel 1981 e intitolato Devant la guerre.

Lo sfondo su cui si apre l’analisi di Castoriadis è quello della fine della distensione tra le due superpotenze, USA e URSS, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Castoriadis conduce uno studio minuzioso, statistico, del rapporto di forze militari che oppone i due blocchi, per supportare la sua tesi della superiorità sovietica.

A tutti i livelli, constata un riarmo russo eclatante, se si pensa che ai 1300 missili sovietici si oppongono solo 164 Pershing americani. Ritrova la stessa disparità nel campo delle forze convenzionali, con un rapporto di 2 a 1.

Già questo quadro, per Castoriadis, inficia la possibilità di continuare a descrivere il confronto tra le due superpotenze come un equilibrio del terrore. Castoriadis adduce due aspetti evidenti e notori per confermarlo. Primo: la Russia ha praticato, dopo il 1945, una politica di espansione territoriale, a differenza delle potenze occidentali.

Secondo: la Russia ha adottato da anni, a svantaggio dell’economia civile, una politica militare per affermare la superiorità in armamenti e in effettivi, che non ha senso nella prospettiva di una strategia della dissuasione, o di una strategia della non-guerra, ma solo nella strategia di una preparazione attiva di una guerra prossima (davanti la guerra non significa prima della guerra…) … leggi tutto

La “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”: il 26 gennaio uno degli episodi più vergognosi della storia dei fascismi europei (valigiablu.it)

Sta facendo molto discutere la legge istitutiva 
di una nuova giornata della memoria: 

dal 2023 il 26 gennaio sarà la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini. Gli storici Francesco FilippiCarlo Greppi ed Eric Gobetti riflettono sul senso profondo di questa scelta istituzionale. Riportiamo il loro articolo “La scelta degli alpini”, pubblicato l’11 aprile 2022 sul sito Patria Indipendente,

La “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”

Dal 2023 l’Italia democratica celebrerà ufficialmente, e lo farà un giro d’orologio prima del Giorno della Memoria, un episodio specifico della seconda guerra mondiale. Con 189 voti favorevoli, nessuno contrario (come già accadde nel 2019 alla Camera) e un solo astenuto, il 5 aprile 2022 il Senato ha approvato in via definitiva, il disegno di legge n. 1371, sull’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”.

L’articolo 1 recita:

“La Repubblica riconosce il giorno 26 gennaio di ciascun anno quale Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini, al fine di conservare la memoria dell’eroismo dimostrato dal Corpo d’armata alpino nella battaglia di Nikolajewka durante la seconda guerra mondiale, nonché di promuovere i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano”.

Visto anche il risalto che d’ora in poi, per legge, ricoprirà questa data nel calendario civile del paese, è cruciale collocare storicamente l’episodio di Nikolajewka. In quella località, all’epoca parte dell’Unione Sovietica, nel gennaio 1943 gli alpini combattono per forzare il blocco dell’Armata rossa e permettere ai resti del Corpo d’armata alpino e alle residue unità tedesche di superare l’accerchiamento sovietico e ritirarsi.

È l’unica significativa vittoria sul campo nell’ambito di un’epocale sconfitta: la tragica epopea della “ritirata di Russia in cui migliaia di alpini abbandonati e persi nel freddo, equipaggiati malamente, si battono tenacemente, con l’obiettivo di evitare la prigionia e tornare a casa.

La prima domanda da porsi dovrebbe essere, in realtà, la più semplice: cosa ci facevano gli alpini insieme ai tedeschi nei pressi del confine russo-ucraino, a tremila chilometri da casa, nel freddo inverno del 1942-’43?

Il contingente alpino faceva parte di un corpo di spedizione fortemente voluto da Mussolini nonostante i dubbi degli alti comandi tedeschi sull’adeguatezza logistica e tecnica del Regio esercito. L’Italia fascista non voleva perdere l’occasione di partecipare alla “crociata antibolscevica” scatenata da Hitler il 22 giugno del 1941 violando il patto con Stalin del 23 agosto 1939. L’“Armata italiana in Russia” (Armir) sul fronte russo sarebbe arrivata a contare, in totale, ben 230.000 uomini.

Una guerra d’aggressione

Quella dell’Armir non è dunque una storia che comincia a Nikolajewka il 26 gennaio 1943, ma oltre un anno e mezzo prima, quando decine di migliaia di giovani italiani vengono mandati a invadere il territorio sovietico. La ritirata è preceduta da lunghi mesi di occupazione al fianco dei nazisti in territori nei quali prendeva corpo l’operazione di “ripulitura” da ebrei e slavi delle terre destinate al Lebensraum nazista.

A differenza di quella sul fronte occidentale, questa è una guerra di sterminio, comparata esplicitamente da Hitler alla “conquista” dell’America che portò all’annientamento delle popolazioni precolombiane: il Generalplan Ost (il “piano generale per l’Oriente”) nazista, elaborato nella prima fase della guerra, era un progetto di colonizzazione dell’Europa orientale, che prevedeva l’annientamento di decine di milioni di “slavi”.

Alla fine della guerra si sarebbero contati venti milioni di morti sovietici, oltre tre milioni dei quali prigionieri di guerra uccisi, morti di fame o durante i trasferimenti. Ed è in questo contesto, peraltro, che ha inizio l’industrializzazione dello sterminio e l’applicazione della “soluzione finale” a milioni di ebrei in Europa centro-orientale: la Shoah … leggi tutto

(Giornale clandestino “Il partigiano alpino”, n. 2 anno 1 (1944), organo delle formazioni GL del Piemonte. Fonte: “Stampa clandestina” (Istituto nazionale Ferruccio Parri))

Anpi, il «compagno» Pagliarulo e la bufera sul 25 Aprile (tra Bucha e il tricolore sbagliato): «C’è una fatwa contro di noi» (corriere.it)

di Claudio Bozza

Il presidente dei partigiani, già fedelissimo 
di Cossutta, e le polemiche per la Liberazione: 

«Esponenti della cultura liberal democratica negano il pensiero critico»

Travolto dalle polemiche (qui Il Caffè di Massimo Gramellini, ma confermato praticamente all’unanimità. Gianfranco Pagliarulo è stato rieletto presidente dell’Anpi al congresso nazionale (2 astenuti su 37 membri) proprio mentre infuria la bufera innescata da una brutta serie di inciampi sul 25 Aprile, a cui si sono aggiunte ardue sortite sulla guerra in Ucraina.

Ma riavvolgiamo il nastro. Prima la condanna del massacro di civili a Bucha, espressa in termini discutibili, con il capo dell’associazione dei partigiani che ha chiesto «una commissione d’indagine indipendente per fare piena luce su quanto accaduto». C’è sì la condanna del «presidente Putin e dell’esercito russo» che «dovranno rispondere delle loro azioni».

Pagliarulo aggiunge anche un “però”, che accende le polveri: «Che siano stati i russi» a compiere l’eccidio di Bucha è «ragionevole» per l’Anpi, ma «ciò non toglie la necessità di una commissione per appurare le responsabilità specifiche in capo al comandante o altri ufficiali. Non mi pare una cosa da poco. Ci dev’essere un processo prima di una condanna».

Il compagno Pagliarulo, già fedelissimo di Armando Cossutta, fu vicedirettore de Il Metallurgico, giornale della Federazione Lavoratori Metalmeccanici di Milano. Il presidente dei partigiani ha un lungo passato tra Pci, Comunisti italiani, Rifondazione e pure una legislatura da senatore (dal 2001 al 2006), eletto nella coalizione l’Ulivo.

Dopo una breve parentesi con Sinistra democratica e, ancora più breve, nella sinistra Pd, Pagliarulo si allontana dalla politica. E nell’ottobre del 2020, dopo la morte di Carla Nespolo, prima donna presidente dell’Anpi e primo vertice a non aver combattuto coi partigiani (era nata nel ‘43), Pagliarulo ne viene eletto successore.

Si arriva così alla presentazione della Liberazione 2022 . Nel manifesto della festa, opera della fumettista Alice Milani, spicca in particolare la bandiera della pace. Oltre a questa, però, da due balconcini di una tipica piazzetta italiana spuntano due bandiere con i colori: verde, bianco e rosso … leggi tutto

Il fattore P (corriere.it)

di Massimo Gramellini
Nel sacro nome della Resistenza, all’Anpi si 
è finito per perdonare di tutto. 
Non solo che i pochi partigiani ancora vivi non vi avessero più da tempo alcun ruolo, ma che l’associazione fosse sempre in prima linea quando si trattava di manifestare contro gli americani.
I quali saranno pure il male assoluto, ma combatterono accanto alle brigate partigiane e le rifornirono di armi nella lotta all’invasore nazista. All’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stata perdonata anche la neutralità pelosa nella guerra in corso e persino certi arrampicamenti sui muri per distinguere la Resistenza buona da quella cattiva del popolo ucraino.
Ma il manifesto del prossimo 25 aprile è imperdonabile e lascia intendere che il problema dell’Anpi sta diventando la sua P.
Anzitutto nessun cenno all’invasore Putin, che se non è un fascista, di certo gli assomiglia. Poi una citazione monca dell’articolo 11 della Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra», dimenticandosi di aggiungere «come strumento di offesa» e arrivando così all’assurdo di ripudiare anche quella di Liberazione.
Ultimo tocco d’artista, la gaffe delle bandiere alle finestre: simil-italiane ma in realtà ungheresi, omaggio inconscio a un altro politico di estrema destra, Orban, amico caro dell’aggressore russo. Alla fine, l’unica cosa azzeccata del manifesto resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia.