Personalizza le preferenze di consenso

Utilizziamo i cookie per aiutarti a navigare in maniera efficiente e a svolgere determinate funzioni. Troverai informazioni dettagliate su tutti i cookie sotto ogni categoria di consensi sottostanti. I cookie categorizzatati come “Necessari” vengono memorizzati sul tuo browser in quanto essenziali per consentire le funzionalità di base del sito.... 

Sempre attivi

I cookie necessari sono fondamentali per le funzioni di base del sito Web e il sito Web non funzionerà nel modo previsto senza di essi. Questi cookie non memorizzano dati identificativi personali.

Nessun cookie da visualizzare.

I cookie funzionali aiutano a svolgere determinate funzionalità come la condivisione del contenuto del sito Web su piattaforme di social media, la raccolta di feedback e altre funzionalità di terze parti.

Nessun cookie da visualizzare.

I cookie analitici vengono utilizzati per comprendere come i visitatori interagiscono con il sito Web. Questi cookie aiutano a fornire informazioni sulle metriche di numero di visitatori, frequenza di rimbalzo, fonte di traffico, ecc.

Nessun cookie da visualizzare.

I cookie per le prestazioni vengono utilizzati per comprendere e analizzare gli indici di prestazione chiave del sito Web che aiutano a fornire ai visitatori un'esperienza utente migliore.

Nessun cookie da visualizzare.

I cookie pubblicitari vengono utilizzati per fornire ai visitatori annunci pubblicitari personalizzati in base alle pagine visitate in precedenza e per analizzare l'efficacia della campagna pubblicitaria.

Nessun cookie da visualizzare.

Arendt, Castoriadis e l’enigma Putin (doppiozero.com)

di Francesco Bellusci

Stupore. 

È la sensazione che abbiamo provato, noi europei e occidentali, di fronte alla pandemia, convinti che le epidemie appartenessero a tempi o a luoghi remoti, e che si è ripetuta di fronte alla guerra scatenata da Putin.

La guerra è piombata nel cuore dell’Europa, dopo settant’anni di pace, e di colpo ha archiviato l’ordine mondiale post-1989, che stava scivolando e fluttuando dall’egemonia dell’“Impero Light” americano (è la notoria definizione del politologo canadese Michael Ignatieff) a una forma instabile di multipolarismo, con l’emergere di nuove potenze economiche come la Cina e l’India e con il consolidamento dell’Unione europea, a seguito dell’allargamento a Est e dell’integrazione economico-monetaria.

Ma c’è un’ombra dietro questa guerra, che si tende a trascurare. È l’ombra del Potere. Per dirla meglio, si tratta della natura del Potere e dell’establishment russo attuale che ha preparato e sta conducendo la guerra d’invasione in Ucraina, rimettendo in campo un uso politico disinvolto dello strumento “guerra”, per rideterminare confini e frontiere, che consideravamo “illegale” e improbabile, soprattutto da parte di uno Stato membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Stentiamo a porre lo sguardo sul volto perturbante di questo potere e sull’“enigma Putin”. Putin, infatti, non è solo un autocrate che, da tempo, sta piegando in senso autoritario e poliziesco le strutture costituzionali e istituzionali della Federazione Russa.

Dopo i massacri di Bucha, si staglia in modo inquietante la sagoma di un tanatocrate, senza remore nel mettere in conto la possibilità di ricorrere alla brutalità militare e alla barbarie, come conseguenza logica e inevitabile del diritto all’uso della forza, rivendicato, in modo inaspettato, come regola non ancora completamente archiviabile delle relazioni internazionali.

Solo adesso cominciamo forse a focalizzare gli ingranaggi del regime post-sovietico di Putin e le sue “somiglianze di famiglia” con quel regime sovietico, del quale, come già denunciava Hannah Arendt, il mondo non totalitario e l’intelligenza occidentale non riuscivano a cogliere la vera forza e la mentalità che funzionava in modo non utilitario, indipendentemente da ogni calcolo in termini di uomini e di mezzi e con indifferenza per il benessere del popolo.

A essere illuminanti sono proprio le continuità tra il regime putiniano e l’ultimo ventennio del regime sovietico, segnato dal passaggio dal controllo dello Stato (compresa l’istituzione dell’esercito) da parte del Partito (nella fattispecie, da parte della polizia segreta) al controllo della società civile da parte della società militare.

Questa era almeno la tesi principale di un libro del filosofo, sociologo e psicanalista greco-francese Cornelius Castoriadis (di cui ricorre, quest’anno, il centenario della nascita), pubblicato nel 1981 e intitolato Devant la guerre.

Lo sfondo su cui si apre l’analisi di Castoriadis è quello della fine della distensione tra le due superpotenze, USA e URSS, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Castoriadis conduce uno studio minuzioso, statistico, del rapporto di forze militari che oppone i due blocchi, per supportare la sua tesi della superiorità sovietica.

A tutti i livelli, constata un riarmo russo eclatante, se si pensa che ai 1300 missili sovietici si oppongono solo 164 Pershing americani. Ritrova la stessa disparità nel campo delle forze convenzionali, con un rapporto di 2 a 1.

Già questo quadro, per Castoriadis, inficia la possibilità di continuare a descrivere il confronto tra le due superpotenze come un equilibrio del terrore. Castoriadis adduce due aspetti evidenti e notori per confermarlo. Primo: la Russia ha praticato, dopo il 1945, una politica di espansione territoriale, a differenza delle potenze occidentali.

Secondo: la Russia ha adottato da anni, a svantaggio dell’economia civile, una politica militare per affermare la superiorità in armamenti e in effettivi, che non ha senso nella prospettiva di una strategia della dissuasione, o di una strategia della non-guerra, ma solo nella strategia di una preparazione attiva di una guerra prossima (davanti la guerra non significa prima della guerra…) … leggi tutto

La “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”: il 26 gennaio uno degli episodi più vergognosi della storia dei fascismi europei (valigiablu.it)

Sta facendo molto discutere la legge istitutiva 
di una nuova giornata della memoria: 

dal 2023 il 26 gennaio sarà la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini. Gli storici Francesco FilippiCarlo Greppi ed Eric Gobetti riflettono sul senso profondo di questa scelta istituzionale. Riportiamo il loro articolo “La scelta degli alpini”, pubblicato l’11 aprile 2022 sul sito Patria Indipendente,

La “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”

Dal 2023 l’Italia democratica celebrerà ufficialmente, e lo farà un giro d’orologio prima del Giorno della Memoria, un episodio specifico della seconda guerra mondiale. Con 189 voti favorevoli, nessuno contrario (come già accadde nel 2019 alla Camera) e un solo astenuto, il 5 aprile 2022 il Senato ha approvato in via definitiva, il disegno di legge n. 1371, sull’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”.

L’articolo 1 recita:

“La Repubblica riconosce il giorno 26 gennaio di ciascun anno quale Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini, al fine di conservare la memoria dell’eroismo dimostrato dal Corpo d’armata alpino nella battaglia di Nikolajewka durante la seconda guerra mondiale, nonché di promuovere i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano”.

Visto anche il risalto che d’ora in poi, per legge, ricoprirà questa data nel calendario civile del paese, è cruciale collocare storicamente l’episodio di Nikolajewka. In quella località, all’epoca parte dell’Unione Sovietica, nel gennaio 1943 gli alpini combattono per forzare il blocco dell’Armata rossa e permettere ai resti del Corpo d’armata alpino e alle residue unità tedesche di superare l’accerchiamento sovietico e ritirarsi.

È l’unica significativa vittoria sul campo nell’ambito di un’epocale sconfitta: la tragica epopea della “ritirata di Russia in cui migliaia di alpini abbandonati e persi nel freddo, equipaggiati malamente, si battono tenacemente, con l’obiettivo di evitare la prigionia e tornare a casa.

La prima domanda da porsi dovrebbe essere, in realtà, la più semplice: cosa ci facevano gli alpini insieme ai tedeschi nei pressi del confine russo-ucraino, a tremila chilometri da casa, nel freddo inverno del 1942-’43?

Il contingente alpino faceva parte di un corpo di spedizione fortemente voluto da Mussolini nonostante i dubbi degli alti comandi tedeschi sull’adeguatezza logistica e tecnica del Regio esercito. L’Italia fascista non voleva perdere l’occasione di partecipare alla “crociata antibolscevica” scatenata da Hitler il 22 giugno del 1941 violando il patto con Stalin del 23 agosto 1939. L’“Armata italiana in Russia” (Armir) sul fronte russo sarebbe arrivata a contare, in totale, ben 230.000 uomini.

Una guerra d’aggressione

Quella dell’Armir non è dunque una storia che comincia a Nikolajewka il 26 gennaio 1943, ma oltre un anno e mezzo prima, quando decine di migliaia di giovani italiani vengono mandati a invadere il territorio sovietico. La ritirata è preceduta da lunghi mesi di occupazione al fianco dei nazisti in territori nei quali prendeva corpo l’operazione di “ripulitura” da ebrei e slavi delle terre destinate al Lebensraum nazista.

A differenza di quella sul fronte occidentale, questa è una guerra di sterminio, comparata esplicitamente da Hitler alla “conquista” dell’America che portò all’annientamento delle popolazioni precolombiane: il Generalplan Ost (il “piano generale per l’Oriente”) nazista, elaborato nella prima fase della guerra, era un progetto di colonizzazione dell’Europa orientale, che prevedeva l’annientamento di decine di milioni di “slavi”.

Alla fine della guerra si sarebbero contati venti milioni di morti sovietici, oltre tre milioni dei quali prigionieri di guerra uccisi, morti di fame o durante i trasferimenti. Ed è in questo contesto, peraltro, che ha inizio l’industrializzazione dello sterminio e l’applicazione della “soluzione finale” a milioni di ebrei in Europa centro-orientale: la Shoah … leggi tutto

(Giornale clandestino “Il partigiano alpino”, n. 2 anno 1 (1944), organo delle formazioni GL del Piemonte. Fonte: “Stampa clandestina” (Istituto nazionale Ferruccio Parri))

Anpi, il «compagno» Pagliarulo e la bufera sul 25 Aprile (tra Bucha e il tricolore sbagliato): «C’è una fatwa contro di noi» (corriere.it)

di Claudio Bozza

Il presidente dei partigiani, già fedelissimo 
di Cossutta, e le polemiche per la Liberazione: 

«Esponenti della cultura liberal democratica negano il pensiero critico»

Travolto dalle polemiche (qui Il Caffè di Massimo Gramellini, ma confermato praticamente all’unanimità. Gianfranco Pagliarulo è stato rieletto presidente dell’Anpi al congresso nazionale (2 astenuti su 37 membri) proprio mentre infuria la bufera innescata da una brutta serie di inciampi sul 25 Aprile, a cui si sono aggiunte ardue sortite sulla guerra in Ucraina.

Ma riavvolgiamo il nastro. Prima la condanna del massacro di civili a Bucha, espressa in termini discutibili, con il capo dell’associazione dei partigiani che ha chiesto «una commissione d’indagine indipendente per fare piena luce su quanto accaduto». C’è sì la condanna del «presidente Putin e dell’esercito russo» che «dovranno rispondere delle loro azioni».

Pagliarulo aggiunge anche un “però”, che accende le polveri: «Che siano stati i russi» a compiere l’eccidio di Bucha è «ragionevole» per l’Anpi, ma «ciò non toglie la necessità di una commissione per appurare le responsabilità specifiche in capo al comandante o altri ufficiali. Non mi pare una cosa da poco. Ci dev’essere un processo prima di una condanna».

Il compagno Pagliarulo, già fedelissimo di Armando Cossutta, fu vicedirettore de Il Metallurgico, giornale della Federazione Lavoratori Metalmeccanici di Milano. Il presidente dei partigiani ha un lungo passato tra Pci, Comunisti italiani, Rifondazione e pure una legislatura da senatore (dal 2001 al 2006), eletto nella coalizione l’Ulivo.

Dopo una breve parentesi con Sinistra democratica e, ancora più breve, nella sinistra Pd, Pagliarulo si allontana dalla politica. E nell’ottobre del 2020, dopo la morte di Carla Nespolo, prima donna presidente dell’Anpi e primo vertice a non aver combattuto coi partigiani (era nata nel ‘43), Pagliarulo ne viene eletto successore.

Si arriva così alla presentazione della Liberazione 2022 . Nel manifesto della festa, opera della fumettista Alice Milani, spicca in particolare la bandiera della pace. Oltre a questa, però, da due balconcini di una tipica piazzetta italiana spuntano due bandiere con i colori: verde, bianco e rosso … leggi tutto

Il fattore P (corriere.it)

di Massimo Gramellini
Nel sacro nome della Resistenza, all’Anpi si 
è finito per perdonare di tutto. 
Non solo che i pochi partigiani ancora vivi non vi avessero più da tempo alcun ruolo, ma che l’associazione fosse sempre in prima linea quando si trattava di manifestare contro gli americani.
I quali saranno pure il male assoluto, ma combatterono accanto alle brigate partigiane e le rifornirono di armi nella lotta all’invasore nazista. All’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stata perdonata anche la neutralità pelosa nella guerra in corso e persino certi arrampicamenti sui muri per distinguere la Resistenza buona da quella cattiva del popolo ucraino.
Ma il manifesto del prossimo 25 aprile è imperdonabile e lascia intendere che il problema dell’Anpi sta diventando la sua P.
Anzitutto nessun cenno all’invasore Putin, che se non è un fascista, di certo gli assomiglia. Poi una citazione monca dell’articolo 11 della Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra», dimenticandosi di aggiungere «come strumento di offesa» e arrivando così all’assurdo di ripudiare anche quella di Liberazione.
Ultimo tocco d’artista, la gaffe delle bandiere alle finestre: simil-italiane ma in realtà ungheresi, omaggio inconscio a un altro politico di estrema destra, Orban, amico caro dell’aggressore russo. Alla fine, l’unica cosa azzeccata del manifesto resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia.

La liquidazione di Memorial, custode della memoria dei crimini di massa nell’URSS, è un messaggio anche all’Occidente (valigiablu.it)

di Gianluca Falanga

Sono immagini insopportabili, come quelle delle 
città ucraine assediate e devastate che ci 
affliggono da ormai oltre un mese. 

Fa molto male vedere le sedi di Memorial a Mosca oltraggiate dalle perquisizioni delle forze speciali della Guardia nazionale, gli agenti col volto coperto da passamontagna che portano via materiali sequestrati sotto gli occhi di attivisti provati, trattenuti in ostaggio per ore, costretti ad assistere impotenti allo sfregio dei loro uffici.

Fa male perché sappiamo che non si tratta dell’ennesimo atto di intimidazione contro l’organizzazione custode della memoria delle vittime del totalitarismo sovietico, la più longeva e autorevole ONG russa per la difesa dei diritti umani. Questa volta è diverso.

Ce lo dicono quelle Z lasciate sui muri, imbrattate a sfregio sulle pareti delle stanze e su una lavagna a fogli, è la Z che contrassegna i carri armati che hanno invaso l’Ucraina, la stessa esibita, nuovo simbolo di sopraffazione, dalla folla osannante dei sostenitori di Putin all’inquietante adunata oceanica dello stadio Lužniki.

Ho provato a immaginare le stanze del nostro museo della Stasi a Berlino perquisite alla stessa maniera, la polizia che irrompe negli uffici dell’associazione che l’ha istituito e lo gestisce dal 1990, associazione fondata da attivisti dell’opposizione ed ex detenuti politici della Germania orientale, dunque con le stesse radici e idealità di Memorial, gli agenti che rovistano con sprezzo negli scaffali alla presenza dei colleghi increduli, che sequestrano computer e faldoni con la documentazione archiviata del lavoro degli ultimi trent’anni.

Mi ha preso un senso di nausea e di angoscia e mi sono ricordato di quando, dodici anni fa, cominciai a collaborare col museo e presso le prigioni della Stasi a Berlino-Hohenschönhausen, mi dissero: l’elaborazione del passato comunista in Germania può guardare a due esperienze, una è quella del decennale percorso di elaborazione della traumatica eredità del nazismo, l’altra è Memorial.

Ho pensato: la liquidazione di Memorial International ordinata dalla Corte suprema russa è un atto di guerra. Di una guerra che Putin ha deliberatamente scatenato, stroncando immaginari di un’epoca che s’illudeva di averla bandita, la guerra in Europa, dopo il sangue della Jugoslavia, riportandola invece in tutta la sua ferocia in quelle “terre di sangue”, come le ribattezzò Timothy Snyder, dove un secolo fa si accanirono e intrecciarono le sanguinarie politiche di Hitler e Stalin, precisamente in un territorio che fu teatro di efferati eccidi e pogrom durante la guerra civile russa e sul quale poi, nell’arco di poco più di un decennio fra il 1932 e il 1943, si abbatterono prima la sciagura dell’Holodomor, quindi l’occupazione nazista e gli indicibili massacri della Shoah.

Stiamo assistendo a una tragedia che resuscita i cattivi spiriti e rievoca i peggiori drammi del secolo passato, ne squarcia le ferite, ne risveglia i traumi sepolti. E proprio la storia, quella del Novecento e dell’ultima guerra mondiale, la più delicata e sensibile nella pluralità di memorie dei popoli europei, è lo spazio che Putin ha brutalmente invaso, prima di muovere le sue armate.

Chi conosce la vicenda di Memorial, chi ha consapevolezza del suo antagonismo rispetto a un regime autocratico che ha preso in ostaggio la storia e la memoria del suo popolo, che negli ultimi anni ha sempre più drasticamente zittito tutte le voci che disturbano l’univocità della grande narrazione patriottica della storia russa funzionale al consolidamento del potere, non può meravigliarsi del fatto che Putin abbia lanciato una guerra caratterizzata dall’intossicazione della memoria pubblica, dalla profanazione del significato delle parole e dei concetti politici (“denazificare” gli ucraini) e dalla più spudorata e irresponsabile strumentalizzazione della storia.

L’attacco all’Ucraina è la continuazione della storia con altri mezzi, ha ben rilevato il ministro degli Esteri francese Le Drien nel suo vibrante discorso in difesa di Memorial dello scorso 10 marzo, è «manifestazione di un duplice revisionismo a mano armata», storico e geopolitico, che vuole riscrivere il passato negando, tramite il ricorso alla distorsione della verità storica e all’aggressione militare, l’integrità territoriale e il diritto stesso all’esistenza degli ucraini come soggetto, non oggetto della propria storia: l’Ucraina è un incidente, da correggere con la guerra … leggi tutto

(“Basta Memorial!” La Z lasciata dalle forze speciali OMON della Guardia nazionale durante la perquisizione della sede di Memorial International a Mosca lo scorso 4 marzo 2022 (Fonte: Alexandra Polivanova)