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Quell’America bianca e emarginata che deciderà le elezioni Usa (lavoce.info)
Un sistema elettorale peculiare fa sì che per conquistare la Casa Bianca un candidato debba vincere nei cosiddetti “stati in bilico”.
Uno di quelli da conquistare in questa tornata è la Pennsylvania, dove le sirene trumpiane sono particolarmente forti.
Il disagio sociale dei bianchi
“Io ero uno di quei ragazzi dal destino segnato”, dice J.D. Vance all’inizio della sua autobiografia (Hillbilly Elegy, 2016). Sopravvivere col sussidio statale e morire di overdose rappresentavano tutto il disperante arco delle possibilità per i giovani come lui, poveri figli di poveri, nella regione dei Monti Appalachi, tra Pennsylvania, Ohio e Kentucky.
La narrazione di J.D. Vance, fatta tutta di vita vissuta in prima persona e quindi marchiata col fascino indiscutibile della cruda realtà, è quella di un popolo di proletari bianchi, pieni di forza, ignoranza e orgoglio, chiamati dagli altri americani “hillbilly” (buzzurri) e ricambiati con un odio radicale verso le élite, fieri della propria terra, legati visceralmente alla famiglia, al clan, al gruppo, ai propri valori, pronti a tutto per difenderli da soprusi e ingiurie, piegati sotto un destino avaro e senza scampo, ma contro cui solo loro possono permettersi di imprecare.
Siamo negli anni Novanta, nelle viscere della “Rust Belt”, l’area interna americana della deindustrializzazione e delle fabbriche mangiate dalla “ruggine”, che ha visto il passaggio epocale dalla manifattura all’economia terziaria dal lato sbagliato della storia.
Per quella gente, il sogno americano è finito male, l’ascensore sociale è precipitato, le prospettive di carriera e di riscatto, se non per sé almeno per i propri figli, sono state disintegrate assieme ai redditi della classe operaia e ai posti di lavoro.
In fondo, detta così, non sembra esserci nulla di particolare in questa storia di generale impoverimento che ha investito non solo gli Stati Uniti, ma tutte le economie occidentali negli anni impetuosi della delocalizzazione e della globalizzazione.
Lo specifico americano, però, sta in una società “fondamentalmente ancora razzista” che collega automaticamente il disagio sociale (povertà, disoccupazione, divorzi, droga) al colore della pelle dei “neri”, degli “asiatici” e dei “latinos”, ma fatica a riconoscerlo nel gruppo, pur maggioritario, dei “bianchi” (62 per cento della popolazione nel 2020).
La conseguenza, scrive J.D.Vance, è una profonda depressione economica ma anche sociale, culturale ed esistenziale, che svuota dal di dentro gli hillbilly, toglie loro ogni ambizione, ogni capacità di progettare un riscatto e in certi casi persino il più elementare istinto di conservazione. E li rende preda, aggiungo io, non solo di ogni promessa di rivincita, ma anche di ogni allettante menzogna e di ogni abile pifferaio.
Pochi mesi dopo l’uscita del libro di J.D. Vance, ci sono state le elezioni presidenziali del 2016 e il repubblicano Donald Trump, sotto l’insegna dei “forgotten people” e del Maga (Make America Great Again) ha conquistato sia la Florida della sua residenza miliardaria, sia le aree della classe operaia bianca e sfiduciata: Ohio, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin.
Non a caso, è proprio recuperando il voto di questi ultimi tre stati – “swing states” – che Joe Biden si è assicurato il successo alle presidenziali successive, nel 2020.
L’incognita dell’affluenza
L’affluenza alle elezioni americane, pur nella difficoltà di conoscere con precisione il numero degli aventi diritto registrati al voto, mostra un significativo trend di ripresa, dopo il minimo storico del 1996, quando si attestò al 51,7 per cento (figura 1).
Figura 1

(1) Votanti su popolazione ultra-18enne. (2) Votanti su popolazione con diritto di voto)
Nelle elezioni del 2020, con 258 milioni di persone sopra i 18 anni e 238 milioni di aventi diritto, si sono recati alle urne (o hanno votato a distanza) 158 milioni di cittadini, pari al 66,6 per cento: un record secolare, nonché, per inciso, un valore superiore al nostro 64 per cento del 2022.
Non è improbabile che l’accesissima campagna elettorale in corso porti l’affluenza verso il 70 per cento, con probabile beneficio netto per il Partito democratico.
Gli stati in bilico
Nelle elezioni presidenziali di novembre sono in palio i 438 seggi della Camera dei rappresentanti e i 33 seggi in scadenza (un terzo) dei 100 membri del Senato (due per ogni stato).
Sarà eletto presidente chi otterrà almeno la metà più uno dei voti (270 complessivi) tra Camera e Senato.
I 438 seggi della Camera dei rappresentanti sono ripartiti tra i 50 stati (più il Distretto di Washington-DC), in sostanziale proporzione alla loro dimensione (figura 2). Con la sola eccezione di Maine e Nebraska, che distribuiscono i seggi proporzionalmente ai voti ricevuti, i regolamenti elettorali prevedono un sistema di maggioritario puro, per cui tutti i seggi in palio nello stato vanno al partito che ha ricevuto il maggior numero di voti, qualunque sia lo scarto registrato.
Figura 2

Di conseguenza, l’attenzione dei candidati, come quella dell’opinione pubblica, è tutta concentrata sui cosiddetti swing state (stati in bilico) dove, storicamente, non c’è una lunga tradizione di voto democratico o repubblicano e le elezioni tendono a vincersi o a perdersi per pochi voti di scarto.
Per le elezioni del prossimo 5 novembre si possono identificare sette swing states (figura 3).
Figura 3

Il Texas e la North Carolina, oltre ad avere un numero consistente di seggi in palio (39 e 14 rispettivamente), nonché una lunga tradizione di voto (dal 1980 di Ronald Reagan) a favore del Great Old Party (rapporto sopra 1), vedono una tendenziale corrosione del consenso repubblicano che potrebbe arrivare a ribaltare il risultato.
Lo stesso discorso vale per l’Arizona e la Georgia, conquistate da Biden nel 2020 dopo anni di dominio repubblicano e dove Kamala Harris potrebbe riconfermarsi.
Restano in bilico gli stati della Rust Belt, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, che già Hillary Clinton, nella sfida del 2016 contro Trump, aveva perso di stretta misura e con essi la corsa alla presidenza.
In quest’area cruciale, con in palio 41 seggi, il verbo revanscista e identitario del “nuovo” J.D. Vance esercita certamente una forte attrazione, a cui il Partito democratico può far fronte recuperando le ragioni del voto democratico: un obiettivo difficile, ma non impossibile per Harris.
Anche quest’anno i dati (incompleti) sull’aborto in Italia sono in ritardo (pagellapolitica.it)
Il 28 settembre si celebra la Giornata internazionale dell’aborto sicuro e da quasi sette mesi il governo è in ritardo nella pubblicazione della relazione annuale che contiene i dati più aggiornati sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) in Italia.
La legge stabilisce che «entro il mese di febbraio» di ogni anno il Ministero della Salute deve presentare al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge n. 194 del 1978, che contiene le «norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza».
Al momento della pubblicazione di questo articolo la relazione non è ancora stata pubblicata e a questo ritardo, che riguarda anche i governi passati, si aggiunge un altro problema: i dati pubblicati gli scorsi anni sono lacunosi e imprecisi, e non permettono di avere un quadro chiaro ospedale per ospedale. Di conseguenza è ancora difficile sapere se effettivamente la legge 194 è applicata in tutti i suoi punti in tutto il Paese, ed è complicato per le persone che vogliono ricorrere all’Ivg avere informazioni su quali sono le strutture che la praticano.
Che cosa prevede la legge 194
I 22 articoli che compongono la legge 194 stabiliscono modi, tempi e luoghi in cui si può ricorrere all’Ivg in Italia. Secondo questa legge, l’aborto è possibile «entro i 90 giorni» di gestazione per motivi di salute (fisica o psichica), condizioni economiche, sociali o familiari, per previsioni di anomalie o malformazioni del concepito o per le circostanze in cui è avvenuto il concepimento. Dopo i 90 giorni l’Ivg è consentita solo nei casi in cui «la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna».
La procedura per ricorrere all’Ivg prevede che, prima di presentarsi in una delle sedi autorizzate a praticare l’aborto, sia necessario rivolgersi a un medico che alla fine dell’incontro rilascia la copia di un documento che attesta lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta. A quel punto la donna deve aspettare sette giorni prima di poter accedere all’Ivg. Solo nel caso in cui la situazione richieda di intervenire urgentemente allora il certificato per abortire viene rilasciato subito.
Farmacologico o chirurgico
In Italia è possibile sottoporsi a due tipi di aborto: chirurgico o farmacologico. Il metodo chirurgico è usato generalmente a partire dalla quattordicesima o quindicesima settimana di gestazione; consiste nell’aspirazione del contenuto della cavità uterina e può essere eseguito in anestesia locale o generale. In passato si usava la tecnica del raschiamento dell’utero, che oggi però è quasi del tutto abbandonata perché più rischiosa.
Il metodo farmacologico, invece, prevede l’assunzione a 48 ore di distanza l’uno dall’altro di mifepristone, conosciuto con il nome di RU486, e di prostaglandina. Come spiega il Ministero della Salute, il mifepristone «causa la cessazione della vitalità dell’embrione», mentre l’assunzione del secondo farmaco «ne determina l’espulsione».
È possibile ricorrere al metodo farmacologico sotto richiesta della persona interessata entro nove settimane di età gestazionale presso le strutture ambulatoriali pubbliche collegate a ospedali, i consultori o in day hospital.
Queste indicazioni sono in vigore dal 2020, quando l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha modificato le linee guida sull’impiego del medicinale. Le prime linee guida risalivano al 2009, anno di approvazione del farmaco in Italia. Prima del 2020 l’assunzione doveva avvenire entro sette settimane di età gestazionale, ed era previsto il ricovero dal momento di «assunzione del primo farmaco all’espulsione del prodotto del concepimento».
Negli anni il ricorso all’aborto farmacologico è aumentato, passando da essere usato nel 3,3 per cento degli interventi nel 2010 al 45,3 per cento nel 2021. In quell’anno, ha sottolineato il Ministero della Salute nella relazione pubblicata l’anno scorso, «per la prima volta in assoluto, le Ivg farmacologiche presentano una frequenza quasi pari a quelle chirurgiche effettuate con isterosuzione o raschiamento (50,7 per cento) a livello nazionale». L’aborto farmacologico è indicato come sicuro dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), secondo cui con il «sostegno di operatori sanitari» può essere autogestito dalle donne a casa propria. In Italia, però, l’accesso all’aborto farmacologico non è ancora praticato ovunque. Nelle Marche, per esempio, è stato utilizzato nel 19,6 per cento dei casi nel 2021, mentre in Liguria la percentuale sale al 72,5 per cento.
L’obiezione di coscienza
La legge 194 prevede la possibilità per gli operatori sanitari di fare obiezione di coscienza, ossia di decidere di non effettuare interventi che sono in contrasto con i propri valori e principi, tranne nei casi in cui possa essere compromessa la vita della paziente. In altre parole, un ginecologo che ritiene l’aborto non in linea con il suo pensiero può non effettuare l’intervento, delegandolo a un altro dottore, tranne nel caso in cui la persona che vuole abortire rischi di morire.
Non può esserci però l’obiezione di struttura: questo significa che la possibilità di abortire deve comunque essere garantita all’interno di un ospedale. Come stabilisce l’articolo 9 della legge 194, «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare […] l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti». Alle singole regioni spetta il compito di controllare e garantire che il servizio sia assicurato «anche attraverso la mobilità del personale».
Per quanto riguarda il numero di obiettori di coscienza, secondo i dati della relazione sull’attuazione della legge 194 pubblicata lo scorso anno, nel 2021 la percentuale media nazionale sfiorava il 63,5 per cento tra i ginecologi, il 33 per cento tra il personale non medico e il 40,5 per cento tra gli anestesisti. La percentuale però non è uguale in tutte le regioni italiane. La zona in cui ci sono più ginecologi obiettori è l’Italia meridionale (78,5 per cento), seguita dall’Italia insulare (76,5 per cento), centrale (63 per cento) e poi settentrionale (54,7 per cento). In particolare, la regione con il maggior numero di ginecologi obiettori è la Sicilia (85 per cento), seguita dall’Abruzzo (84 per cento) e dalla Puglia (80,6 per cento), mentre le zone con le percentuali più basse sono la provincia autonoma di Trento (17,1 per cento), la Valle d’Aosta (25 per cento) e l’Emilia-Romagna (45 per cento).
Tre anni fa c’è stata una diminuzione del 72,9 per cento degli aborti rispetto al 1982, anno in cui erano stati circa 234 mila, il numero più alto mai raggiunto da quando sono disponibili dati sul fenomeno.
Nel 2021 il tasso di abortività è diminuito in tutte le classi di età rispetto all’anno precedente, esclusa la fascia sotto i vent’anni, che ha registrato un lieve incremento, passando dal 3 per cento del 2020 al 3,1 per cento del 2021.
La relazione e i dati che mancano
Come detto, la legge 194 prevede che entro febbraio di ogni anno sia diffusa la relazione del Ministero della Salute sull’attuazione dell’Ivg in Italia. Quest’anno la scadenza non è stata rispettata e la relazione non è ancora stata pubblicata. Il ritardo, comunque, non è una novità: l’anno scorso la relazione è stata pubblicata a metà settembre, nel 2022 a giugno, nel 2021 a fine luglio, nel 2020 ad agosto. Per trovare documenti pubblicati secondo i tempi stabiliti dalla legge bisogna andare indietro al periodo pre-pandemico. Ma la causa del ritardo non è da imputare alla pandemia, perché, per esempio, anche la relazione del 2017 è stata diffusa con un ritardo di dieci mesi.
Ma che cosa contiene la relazione? Secondo l’articolo 16 della legge 194, dovrebbe riguardare «l’attuazione della legge stessa» e «i suoi effetti». Nella relazione sono presenti vari aspetti: dall’andamento del fenomeno alle caratteristiche delle persone che ricorrono all’Ivg. «Il problema è il modo con cui questi dati sono resi accessibili.
Al fondo della relazione ci sono tabelle con dati, ma hanno tutte lo stesso problema: sono dati chiusi e aggregati per medie regionali. Il risultato è una fotografia sfocata della situazione, è poco utile sia per chi vuole fare una ricerca sull’applicazione della legge 194, sia per chi vuole informazioni su come e dove abortire», ha spiegato a Pagella Politica Chiara Lalli, giornalista e co-autrice con la collega Sonia Montegiove del libro Mai Dati (Fandango, 2022).
Una persona che intende ricorrere all’Ivg ha bisogno di avere informazioni disaggregate per struttura per sapere, per esempio, dove è elevato il tasso di obiettori di coscienza o dove si pratica l’aborto chirurgico e dove quello farmacologico. Non esiste però un elenco ministeriale diviso per strutture ospedaliere che indichi se in quei luoghi si pratica o meno l’Ivg e i dati sono disponibili soltanto divisi per regione. A questo fattore si aggiunge il ritardo con cui i dati sono pubblicati, dato che nella relazione le informazioni si riferiscono sempre a due anni prima, quindi non sono più attuali.
In alcuni casi i dati proprio non sono pubblici. La legge 194 stabilisce che dovrebbero essere assicurati spostamenti del personale medico non obiettore tra le varie strutture per garantire l’accesso all’aborto ovunque, ma nell’ultima relazione del Ministero della Salute si legge soltanto che «alcune strutture hanno dichiarato di aver effettuato Ivg pur non avendo in organico ginecologi non obiettori, dimostrando la capacità organizzativa regionale di assicurare il servizio attraverso una mobilità del personale non obiettore presente in altre strutture».
E anche i dati che sono disponibili devono essere letti con attenzione. «Per esempio, i numeri su obiettori e non obiettori presenti nella relazione sono falsati: ci sono non obiettori che non praticano aborti perché si occupano di altro o perché lavorano in un ospedale in cui non c’è un punto Ivg», ha aggiunto Lalli. In Mai Dati Lalli e Montegiove presentano la loro inchiesta sui dati che mancano per capire se la legge 194 è effettivamente applicata ovunque in Italia. In merito ai dati falsati sugli obiettori di coscienza, le autrici spiegano che il numero di “non obiettori” e “non obiettori che praticano aborti” in molti casi non coincide.
Per esempio, come si legge nel libro, all’ospedale Sant’Eugenio di Roma nel 2022 c’erano 21 ginecologi, di cui 10 non obiettori ma di questi solo 2 praticavano aborti. All’ospedale San Paolo di Civitavecchia c’erano invece 13 medici, di cui quattro non obiettori ma solo uno era non obiettore ed effettuava aborti. «Non basta sapere quanti sono i non obiettori per capire lo stato di applicazione della 194, dobbiamo sapere quanti medici eseguono davvero le interruzioni volontarie di gravidanza. La garanzia dell’Ivg dipende molto anche da come sono organizzati gli ospedali e i reparti, non solo dal numero di obiettori», scrivono Lalli e Montegiove.
«È difficile trovare le informazioni e spesso le persone non sanno a chi rivolgersi o cosa fare. Per questo abbiamo scritto insieme ad altre associazioni la Guida pratica al tuo aborto libero e informato (disponibile qui, ndr). Come associazione abbiamo anche una chat Telegram in cui cerchiamo di dare indicazioni a chi ha bisogno», ha raccontato a Pagella Politica Roberta Lazzeri, attivista dell’associazione Pro-choice, un’associazione che si batte per il diritto all’aborto. A fronte di informazioni istituzionali difficili da reperire, negli anni sono nate diverse associazioni che si occupano di divulgazione o fanno una raccolta dati dal basso, come Obiezione Respinta, Ivg e sto benissimo, Laiga 194 e pure l’associazione Luca Coscioni, quest’ultima impegnata anche su altri temi legati ai diritti civili.
La relazione del Ministro della Giustizia
L’articolo 16 della legge 194 prevede anche la pubblicazione di una seconda relazione, quella del Ministro della Giustizia. In questo caso si tratta di una relazione sulle «questioni di specifica competenza del suo Dicastero», ossia i procedimenti giudiziari che riguardano le violazioni della legge 194 e le richieste rivolte al giudice tutelare da parte di donne minorenni, che quindi hanno bisogno dell’assenso dei genitori o tutori per ricorrere all’Ivg, o di donne maggiorenni che si trovano in una situazione di infermità mentale, e a cui quindi serve la conferma del tutore per abortire.
I dati più recenti, riferiti al 2023, sono stati trasmessi al Parlamento dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio il 4 aprile 2024 e mostrano che i procedimenti in atto al 31 dicembre 2023 erano 223 con 332 persone coinvolte. Si tratta di persone che hanno violato le prescrizioni della legge 194, per esempio provocando l’Ivg senza il consenso della donna o divulgando l’identità della persona che ha deciso di abortire.
Per quanto riguarda le donne minorenni, per ricorrere all’Ivg devono ricevere l’assenso dei genitori o dei tutori. Quando questo assenso manca, possono rivolgersi al giudice tutelare. Secondo la relazione del Ministro della Giustizia, il numero delle richieste al giudice tutelare negli anni è rimasto stabile fino al 2007, con una media annua di circa 1.300 richieste, poi è calato fino al 2020 (anno in cui c’erano state 301 domande) ed è nuovamente cresciuto tra il 2021 e il 2023 con rispettivamente 348, 394 e 415 domande. Le richieste delle donne maggiorenni con infermità mentale, invece, non sono state conteggiate perché il numero negli anni è diventato molto esiguo.
Dati aperti
Ricapitolando: da 46 anni l’Italia ha una legge che disciplina l’accesso all’aborto, ma a causa di dati pubblicati in ritardo, non disaggregati per struttura e in alcuni casi imprecisi, è difficile per le persone avere informazioni sui servizi, oltre che stabilire se questa legge sia davvero applicata.
Per questo motivo, a ottobre 2021 Lalli e Montegiove, insieme all’associazione Luca Coscioni, seguite a dicembre dello stesso anno dalla campagna “Dati bene comune”, hanno chiesto al Ministero della Salute l’apertura dei dati sulla legge 194. «Abbiamo chiesto dati aperti, pubblici, aggiornati e per singola struttura. Questi dati non dovrebbero riguardare ovviamente solo l’obiezione di coscienza, ma tutte le informazioni già presenti nella Relazione ministeriale, come l’aborto medico (RU486) e l’aborto dopo il primo trimestre. Abbiamo chiesto di sapere quanti non obiettori effettuano le interruzioni di gravidanza, qual è il numero medio settimanale di interventi per non obiettore e se ogni struttura in cui non c’è il servizio assicura alle donne il percorso Ivg e come», hanno raccontato Lalli e Montegiove in Mai dati.
Al momento, i dati richiesti dall’associazione Luca Coscioni e da Dati bene comune non sono ancora pubblicamente disponibili.
Non tirate Prezzolini per la giacca (ilfoglio.it)
Piccola posta
Citato o deplorato, non fu “nazionalista”. Impressioni a partire dalla citazione che ne ha fatto Meloni a New York, e dai commenti della storica Ponzani a “Otto e mezzo”
Un mio premuroso amico mi manda un link e mi raccomanda di guardare la puntata di martedì scorso di “Otto e mezzo”. Lui sa della mia insofferenza per la conversazione fra Travaglio e Gruber, simile a quella fra il cognato di un petroliere in vacanza in Engadina e la cameriera del piano.
Guarda, mi dice: lei stavolta ha perso la pazienza. Guardo, vedo il fastidio di lei, che fu a cavalcioni su un muro diroccato di Berlino e ospita da anni i comizi che farebbero invidia a Sahra Wagenknecht, vedo il dispetto viziato di lui – ci vuol altro, certo. Però è altro che mi colpisce della puntata.
Gruber interpella la storica Michela Ponzani sul Prezzolini citato da Meloni a New York – per una sentenza banalissima, chi vuole conservare non ha paura del futuro se ha imparato dal passato, contava più il nome che il concetto. Ponzani, sorprendentemente (ho letto di lei solo il libro sulla “Guerra alle donne”, 1940-45), deplora Prezzolini nazionalista e interventista e poi, nella foga, lo definisce “sanguinario”.
Travaglio ne approfitta per dire che Prezzolini “non ha mai ucciso nessuno”, che non so se sia vero – Prezzolini fu al fronte come ufficiale degli Arditi, poteva succedere – e comunque non c’entra niente. Il fatto è che Prezzolini non fu sanguinario ma nemmeno “nazionalista”. E quanto a Benedetto Croce, che secondo Ponzani avrebbe piuttosto dovuto essere citato da Meloni, Prezzolini ne era allora un filiale discepolo, e lui un paterno maestro, pur contrario al tasso di ubriacatura che ne aveva progressivamente segnato l’impegno interventista.
Prezzolini si distinse fino alla rottura sia dal nazionalismo dei Corradini Marinetti e simili (“il nazionalismo è una mutilazione dello spirito”), sia dall’esaltazione dei Papini e Soffici, e ancor più dal dannunzianesimo. Dichiarò un proprio “internazionalismo”, che metteva l’uomo prima dell’italiano, nemico delle motivazioni imperialiste, espansioniste e anche irredentiste.
Posizione che si tradusse nella assai impopolare perorazione per le autonomie dei popoli slavi, per la Dalmazia slava, e addirittura nella pubblicazione, assieme a un F. Skarlovnik, di un “Manualetto italo-sloveno ad uso di ufficiali, soldati, commercianti, funzionari e di ogni persona che voglia rapidamente imparare la lingua slovena” (Firenze, 1915), ristampato ancora nel 1923. Se quelle terre fossero state occupate dall’Italia, arrivò a dire, lui sarebbe accorso alla loro difesa. E ai triestini raccomandava di imparare lo sloveno.
A Ponzani interesserà che Prezzolini argomentò, nella sua idea (presto disillusa) di un popolo spiritualmente rigenerato dalla partecipazione alla guerra, il diritto al voto alle donne. La sua posizione fu più simile, anche nello strenuo antigiolittismo, a quelle di Salvemini e dello stesso Sturzo, e soprattutto, nel sentimento di una vocazione generazionale, a quella di Renato Serra.
Fra il novembre 1914 e l’aprile 1915 – quando decise di andare volontario, benché esonerato e fuori età – Prezzolini fu il corrispondente romano del “Popolo d’Italia” di Mussolini, il cui salto interventista fu apprezzato inizialmente dallo stesso Salvemini. (E poi c’era quel titolo di Gramsci, sulla “neutralità attiva e operante”).
Molti anni dopo, Prezzolini scrisse: “C’ero andato / al Popolo /… per sostener l’intervento dell’Italia nella guerra mondiale: una cosa di cui mi pento. Ma allora mi pareva d’obbedire a una missione”. Nel diario dell’esperienza militare, in caserma e al fronte, Emilio Gentile segnala perfino un’affinità col più giovane Gadda.
Non ho letto il povero Sangiuliano su Prezzolini. Ho letto a suo tempo, che non è mai scaduto, Mario Isnenghi, e poi Emilio Gentile, di cui almeno si può vedere la voce per il Dizionario biografico degli Italiani, e ascoltare l’efficace lezione all’Accademia delle Scienze torinese, 2015, in rete. Sempre in rete si può leggere il saggio recente (2022) di Maria De Paulis, “Giuseppe Prezzolini e ‘La Voce’: dall’idealismo militante all’interventismo antitedesco”.
Nel rimpianto per la sorte di Cesare Battisti, pesa il suo mancato giudizio sulla guerra come si era rivelata. Vorrei ricordare, degli appunti amari di Prezzolini (“il crollo finale alla resistenza morale del soldato, fu dato dalla riduzione del vitto”) il passaggio in cui denunciava l’errore “di inviare sul fronte, e pare sul settore dove i tedeschi poi attaccarono, gli operai di Torino, ai quali per fatti quivi avvenuti, era stato tolto l’esonero: agirono da propagandisti e divennero centri di panico”. Gli operai di Torino li aveva conosciuti bene, insieme a Gramsci e a Gobetti.
Nei cent’anni che è durata la vita di Prezzolini ciascuna e ciascuno può pescare le citazioni che servono alla sua propaganda. E’ certo che “l’interventismo” (lasciamo stare la sciocchezza sfuggita sul “sanguinario”) non è un’imputazione adeguata al bagaglio culturale di Giorgia Meloni, non più dei cinquant’anni di Michael Jackson.
Melania Trump difende con passione il diritto all’aborto nel suo libro di memorie (theguardian.com)
Esclusivo: "Ho portato con me questa convinzione per tutta la mia vita adulta", scrive l'ex first lady in un libro di memorie
Melania Trump ha fatto una dichiarazione straordinaria in un attesissimo libro di memorie che sarà pubblicato a un mese dal giorno delle elezioni: è un’appassionata sostenitrice del diritto di una donna di controllare il proprio corpo, compreso il diritto all’aborto.
“È imperativo garantire che le donne abbiano autonomia nel decidere la loro preferenza di avere figli, in base alle proprie convinzioni, libere da qualsiasi intervento o pressione da parte del governo”, scrive la moglie del candidato repubblicano, nel mezzo di una campagna in cui le minacce di Donald Trump ai diritti riproduttivi delle donne hanno giocato un ruolo centrale.
“Perché qualcun altro, oltre alla donna stessa, dovrebbe avere il potere di determinare ciò che fa con il proprio corpo? Il diritto fondamentale della donna alla libertà individuale, alla propria vita, le garantisce l’autorità di interrompere la gravidanza, se lo desidera.
“Limitare il diritto di una donna di scegliere se interrompere una gravidanza indesiderata equivale a negare il controllo sul proprio corpo. Ho portato con me questa convinzione per tutta la mia vita adulta”.
Melania Trump ha raramente espresso opinioni politiche in pubblico. Il libro, che rivela che l’ex first lady è così fermamente in disaccordo con la maggior parte del suo stesso partito, Melania, sarà pubblicato negli Stati Uniti martedì prossimo. Il Guardian ne ottenne una copia.
La sua decisione di includere un’espressione a piena voce di sostegno al diritto all’aborto è notevole non solo data la sua vicinanza a un candidato repubblicano che corre su una piattaforma anti-aborto, ma anche dato il grave deterioramento dei diritti riproduttivi delle donne sotto Donald Trump e il GOP.
Nel 2022, nel caso Dobbs v Jackson della Corte Suprema, tre giudici insediati quando Donald Trump era presidente hanno votato per annullare Roe v Wade, la sentenza che proteggeva il diritto federale all’aborto dal 1973. Da allora gli stati a guida repubblicana hanno istituito divieti draconiani sull’aborto.
Donald Trump ha cercato sia di prendersi il merito della decisione Dobbs – a lungo l’obiettivo centrale dei donatori e degli elettori cattolici evangelici e conservatori – sia di evitare la furia che ha alimentato, dicendo che il diritto all’aborto dovrebbe essere deciso dagli Stati.
Ma i democratici hanno ottenuto una serie di vittorie elettorali facendo campagna elettorale sulla questione, anche negli stati conservatori, e le minacce ai diritti riproduttivi, tra cui le minacce ai trattamenti per la fertilità, compresa la fecondazione in vitro, si stanno rivelando problematiche per i repubblicani su e giù per il ticket di quest’anno.
In mezzo a una tempesta di dichiarazioni che gli oppositori ritengono misogine e regressive, JD Vance, scelto da Donald Trump per la vicepresidenza, ha indicato che sosterrebbe un divieto nazionale di aborto, una mossa a cui sembra che la moglie del suo capo sarebbe contraria.
Lo stesso Donald Trump si è recentemente trovato in un groviglio sul fatto che voterà a novembre per proteggere il diritto all’aborto in Florida, un voto che anche sua moglie esprimerà data la loro residenza a Mar-a-Lago a Palm Beach. Alla fine ha detto che avrebbe votato no. A giudicare dalle sue stesse parole, Melania Trump sembra propensa a votare sì.
Il suo libro di memorie è snello, ricco di descrizioni della sua giovinezza in Slovenia, della vita da modella a New York e dell’amore per l’uomo di cui è diventata la terza moglie, di conseguenza a corto di discussioni politiche. Ma Donald Trump fornisce un trafiletto, elogiando “l’impegno per l’eccellenza … prospettiva perspicace … [e] risultati imprenditoriali”.
Prima di discutere dell’aborto, Melania Trump dice di non essere d’accordo con suo marito su alcuni aspetti della politica sull’immigrazione, non da ultimo in quanto immigrata.
“Occasionali disaccordi politici tra me e mio marito”, dice, “fanno parte della nostra relazione, ma credevo di doverli affrontare privatamente piuttosto che sfidarlo pubblicamente”.
Eppure, più avanti nel suo libro, afferma opinioni sull’aborto e sui diritti riproduttivi diametralmente opposte a quelle di suo marito e del suo partito.
“Ho sempre creduto che sia fondamentale che le persone si prendano cura di se stesse prima di tutto”, scrive Melania Trump del suo sostegno al diritto all’aborto. “È un concetto molto semplice; In effetti, tutti nasciamo con una serie di diritti fondamentali, tra cui il diritto di goderci la vita. Abbiamo tutti il diritto di mantenere un’esistenza gratificante e dignitosa.
“Questo approccio di buon senso si applica al diritto naturale di una donna di prendere decisioni sul proprio corpo e sulla propria salute”.
Melania Trump afferma che le sue convinzioni sul diritto all’aborto derivano da “un insieme di principi fondamentali”, al centro dei quali si trovano “libertà individuale” e “libertà personale”, su cui “non c’è spazio per la negoziazione”.
Dopo aver delineato il suo sostegno per tali motivi per il diritto all’aborto, descrive in dettaglio “le ragioni legittime per cui una donna sceglie di abortire”, tra cui il pericolo per la vita della madre, lo stupro o l’incesto, spesso eccezioni ai sensi dei divieti statali, e anche “un difetto congenito alla nascita, oltre a gravi condizioni mediche”.
Dicendo che “il tempismo conta”, Melania Trump difende anche il diritto all’aborto più tardi nella gravidanza.
Scrive: “È importante notare che storicamente, la maggior parte degli aborti condotti durante le fasi successive della gravidanza erano il risultato di gravi anomalie fetali che probabilmente avrebbero portato alla morte o alla morte del bambino. Forse anche la morte della madre. Questi casi erano estremamente rari e in genere si verificavano dopo diverse consultazioni tra la donna e il suo medico. Come comunità, dovremmo abbracciare questi standard di buon senso. Ancora una volta, il tempismo è importante”.
Più del 90% degli aborti negli Stati Uniti si verifica prima delle 13 settimane di gestazione, secondo i dati del CDC. Meno dell’1% degli aborti avviene a partire dalle 21 settimane.
Durante la campagna elettorale, i repubblicani hanno palesemente travisato le posizioni dei democratici sull’aborto. Il mese scorso, discutendo con Kamala Harris, Donald Trump ha falsamente detto che la “scelta della vicepresidenza … dice che l’aborto al nono mese va assolutamente bene. [Tim Walz] dice anche: ‘L’esecuzione dopo la nascita’ – l’esecuzione, non più l’aborto perché il bambino è nato – va bene”.
È stato sottoposto a verifica dei fatti: non è legale in nessuno stato uccidere un bambino dopo la nascita.
Sulla pagina, Melania Trump lancia un appello all’empatia decisamente non-trumpiano.
“Molte donne optano per l’aborto a causa di preoccupazioni mediche personali”, scrive. “Queste situazioni con significative implicazioni morali pesano molto sulla donna e sulla sua famiglia e meritano la nostra empatia. Si consideri, ad esempio, la complessità insita nella decisione se la madre debba rischiare la propria vita per partorire”.
Recenti rapporti hanno evidenziato casi di donne che sono morte in stati in cui l’aborto è stato vietato.
Continua a fare appello alla compassione.
“Di fronte a una gravidanza inaspettata, le giovani donne provano spesso sentimenti di isolamento e stress significativo. Io, come la maggior parte degli americani, sono a favore dell’obbligo per i minori di ottenere il consenso dei genitori prima di sottoporsi a un aborto. Mi rendo conto che questo potrebbe non essere sempre possibile. La nostra prossima generazione deve essere dotata di conoscenza, sicurezza, protezione e conforto, e lo stigma culturale associato all’aborto deve essere sollevato”, scrive l’ex first lady.
Infine, Melania Trump offre un’espressione di solidarietà con i manifestanti per i diritti riproduttivi.
“Lo slogan ‘My Body, My Choice’ è tipicamente associato alle donne attiviste e a coloro che si allineano con il lato pro-choice del dibattito”, scrive. “Ma se ci pensi davvero, ‘Il mio corpo, la mia scelta’ si applica a entrambe le parti: il diritto di una donna di prendere una decisione indipendente che coinvolga il proprio corpo, incluso il diritto di scegliere la vita. Libertà personale”.
My Story.
My Perspective.
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