di Gian Antonio Stella
In un Paese come il nostro colpito dal 1900 al 2002 (dati Cnr) da circa 29.000 alluvioni in 14.000 luoghi di un po’ tutta la penisola,
non è il caso di affidarsi solo alla buona sorte
Venti nubifragi soltanto martedì scorso, undici al giorno di media nelle ultime due settimane, tornadi dal Polesine a Catania, bombe d’acqua da Otranto ad Albignasego, frane sulle Dolomiti, un borgo della Valle Stura tra i titoli della Cnn per un diluvio mai visto da settantacinque centimetri d’acqua in poche ore. E laggiù in fondo in fondo al Delta padano il barcarolo Fabrizio Boscolo, nato e cresciuto in una capanna di canna e di paglia senza pavimento scruta preoccupato il Po che monta sotto una bora forsennata… Serve altro, per avere un’idea dei cambiamenti climatici?
Poi magari tornerà il sole. E tornerà. Ma questi giorni d’autunno dicono che l’inverno potrebbe essere pesante. Tocchiamo ferro? Tocchiamolo. Ma in un Paese come il nostro colpito dal 1900 al 2002 (dati Cnr) da circa 29.000 alluvioni in 14.000 luoghi di un po’ tutta la penisola, un Paese che conta (lo ricorda l’ultimo dossier Ispra) oltre 620.000 frane censite (due su tre in Europa) delle quali il 28% «fenomeni a cinematismo rapido (crolli, colate rapide di fango e detrito), caratterizzati da velocità elevate fino ad alcuni metri al secondo, e da elevata distruttività, spesso con gravi conseguenze in termini di perdita di vite umane», non è il caso di affidarsi solo alla buona sorte.
Prendiamo la Liguria. «Da Bocca di Magra al confine francese, per trecento chilometri, è un bagnasciuga di cemento», scriveva furente cinquantacinque anni fa Indro Montanelli. E per altri cinquantacinque anni si è continuato a costruire.
«Numeri da boom economico!», esulta sul fronte degli edili un comunicato della Cgil ligure. Ben per loro. Dopo la pandemia. Ma per quello che era il «giardino d’Europa» dove il 23% del territorio utile cioè il doppio della media italiana è stato già cementificato?
Ovvio che diano fastidio, numeri come quelli forniti da Alessandro Trigila di Ispra, ma vogliamo rimuovere il dato che nelle zone a rischio a meno di 150 metri da torrenti che a volte si gonfiano e precipitano a valle come le cascate dell’Iguassù, è stato sepolto dal cemento il 19,2% del territorio utile cioè il quadruplo della media italiana?
Certo, correre ai ripari adesso, schizzando da una parte all’altra dell’Italia con la cerata inzuppata sotto l’acqua, è indispensabile. E va fatto. Soprattutto in aree in cui gli incendi di quest’estate torrida (per il 57% accesi da delinquenti) hanno distrutto almeno 158.000 ettari di boschi e foreste, in larga parte in Sicilia e in Calabria che già pativano tutte le pene d’un territorio disastrato … leggi tutto