Le parole sbagliate dopo le sconfitte (corriere.it)

di Gian Antonio Stella

Chi fa politica dovrebbe essere in grado di 
affrontare una batosta subita. 

Ma non sempre è così

«La caduta è il momento magico della politica, quello in cui essa ti si rivela con le sue maschere, le sue debolezze, e sue vanità», scrisse anni fa Giuliano Ferrara spiegando che chi fa politica deve essere all’altezza delle sconfitte. Più ancora, diremmo oggi, delle batoste.

Soprattutto se si han ambizioni tali da far sparate come quella al Papeete: «Chiedo agli italiani se hanno la voglia di darmi pieni poteri per poter fare quello che abbiamo promesso senza palle al piede. Chi sceglie Salvini sa cosa sceglie». Sic.

E ti chiedi: ma chi l’ha suggerito, al leader leghista, dopo la stangata alle amministrative, di dire «ad ora, il centrodestra ha più sindaci rispetto a quelli che aveva 15 giorni fa, prima dei ballottaggi»? Fatto è che l’ammaccato «Capitano», con la sua sortita, ha arricchito gli archivi alla voce «Pexo el tacón che el buso».

Dove spiccano insensate risposte a storiche legnate. Come quello del post-diccì Maurizio Ronconi dopo una disfatta Cdu: «Gli elettori riconsegnano Valfabbrica al Polo, nonostante la presenza di una lista di disturbo…». Senza scordare Silvio Berlusconi che, perse malamente altre municipali in cui si votava il sindaco di 44 capoluoghi di provincia (da Bergamo a Padova, da Perugia a Bari, da Sassari a Trento) sbottò: «Bah… Era in ballo il sindaco di Pizzighettone».

Oddio, non che siano mancate risposte eccessivamente sdrammatizzanti, diciamo così, anche sul fronte opposto. Ricordate? Era il ’97, erano in ballo anche lì delle Comunali e, davanti a risultati che facevano gongolare il forzista Beppe Pisanu, Massimo D’Alema spiegò: «Se facessi ancora il direttore sa come avrei aperto oggi? … leggi tutto

(Marco Oriolesi)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *